giovedì 8 novembre 2012
chiudi gli occhi e ascoltami nel buio
Devono smetterla. Devono lasciarmi in pace. Devono smetterla. E quello che faccio è sbagliato, quello che non faccio, quello che potrei fare, quello che dico, quello che non dico, come dovrei essere, chi dovrei essere. Iniziano pure di prima mattina. Mi urtano, mi irritano, mi fanno schifo. Ad iniziare da mia madre con quella cazzo di sveglia di merda. E la sua voce del cazzo. Pure quando parla da sola nel sonno o si alza di scatto, le strapperei le corde vocali e l'apparato respiratorio tutto intero. Non sopporto la sua voce. Ancor meno il fatto che io l'abbia sentita parlare normalmente rare volte. Urla sempre. In qualsiasi occasione. Urla per tutte le sue lamentele del cazzo e mi urta l'anima anche mentre nessuno se la sta filando ma lei continua e continua e continua. Mia sorella che non si vuole alzare perchè io sono a casa e vuole rimanerci anche lei. Sono stanca ed è appena iniziata la giornata, e prima di tutto ciò altre cose che mi hanno fatto girare i santissimi nervi, ma racconterò dopo. Mia madre che si lamenta, che urla, che muove le mani, che sbatte i denti. Mentre urla ho gli occhi chiusi e dopo una notte insonne cerco di dormire. Mentre urla visualizzo la sua immagine. Quei capelli corti, neri, crespi, schifosi, quella lingua tagliuzzata, quella gola che anni ed anni fa ingoiò candeggina per poi essere liberata dalla fatidica "lavanda gastrica". Quella voce, quel respiro, le sue labbra, i suoi occhi, i suoi modi di fare schifosi. Urla, mi tappo le orecchie, i lascio sfuggire "ma basta, stai zitta un po' e fammi dormire". Ed inizia a lamentarsi anche con me, a dire che non è la schiava di nessuno, a dire che non ne può più di fare 'sta vita di merda, rinfaccia, mette di mezzo cose che non c'entrano. "Non solo tu hai il diritto di soffrire" penso. Ma sto zitta che è meglio e premo forte, schiaccio forte le dita contro le orecchie. Gli occhi sono aperti. Guardo in basso e lei si muove. Vedo i suoi piedi ma non sento nulla. Solo il mio battito. Penso che in momenti così, è dannatamente rilassante la momentanea sordità, il silenzio, la calma. Ma interrompo, le dita, le orecchie mi fanno male e cedo pian piano. Inizio a sentire tutto. odio i rumori. Odio. Odio. Odio. Mi strapperei la pelle, mi strapperei i capelli, mi strapperei la testa, mi strapperei il cuore. Inizio a sentirli tutti. Mia sorella che poggia i pieni per terra. La mano pesante di mia madre sul cuscino. L'acqua che scorre. Mia sorella che scarta una merendina. Accartoccia l'involucro. Apre il cestino della spazzatura. La carta che tocca gli altri rifiuti. Mia madre che deglutisce. Uno biascicare. La voce di mia madre. Poi quella di mia sorella. La spazzola che dopo essere stata usata viene posata con forza sulla lavatrice. Mia madre che alza la tapparella della cucina. L'anta della dispensa che sbatte. Una cerniera che si chiude. Uno biascicare. Il mio respiro. La mia schiena pressata contro il divano. La voce di mia madre. Piedi che sbattono. Mia sorella che si lamenta. Rumori. Rumori. Rumori. Dentro, fuori, attorno a me. Dappertutto. Non li sopporto. Mi viene da urlare. Vorrei urlare. Vorrei piangere, sto per farlo. Stringo i denti. Non devo. Scaravento dentro le lacrime. Le incateno. Tra pupilla, iride, cornea e realtà. Non lascio che sfuggano. Tengo le mani sui capelli. La goccia che fa traboccare il vaso. Altri biascichi. Altre parole. Un'altra carta di merendina pressata dentro lo zaino. Aiuto. Andatevene. Andatevene. Non riesco più a controllarmi. La mia voce emette un lamento soffocato. "Dai però, andatevene" dico a bassa voce. I passi si avvicinano alla porta. La chiave nella serratura. La mano sulla maniglia. Le rotelline del carrellino dello zaino contro il pavimento. Non ne posso più di tutti 'sti rumori. Persino i miei capelli che strisciano contro i cuscino. La porta che sbatte. La chiave nella serratura. Le loro voci nel corridoio. I loro passi. Le scale.Il portone metallico sbatte. Il silenzio. Sono ancora nervosa, mentre sopportavo tutto ciò pensavo alla possibilità di prendere ed in un raptus di follia: tagliarmi le vene. "Avete vinto voi", scriverei. Oppure "Game over" per me. Abbandono il pensiero. Appoggiare il braccio sul fornello acceso? Così, per non sentire niente? Abbandono anche questa per dei motivi precisi. Ho ancora delle cose da fare e non posso permettermi di arrendermi. Io non mi arrendo, non mi do per vinta. Non so cos'ho. Non so perchè ogni minimo rumore prodotto mi dia fastidio qui. Soprattutto in 'sti momenti. Inizio a non sopportare neanche quello delle mie dita che sbattono contro la tastiera. Il mio braccio che sfrega contro il piumone che ho addosso. Ho dormito si e no due ore. E la giornata, com'è finita in: paura, beh, è iniziata. Ma come ho detto prima, preferisco raccontare dopo la parte che riguarda mio padre. Fatto sta che appena quelle due sono uscite di casa, non sapevo cosa fare e per non rischiare la scatoletta colorata o di buttarmi su altro cibo oltre quello già consumato come colazione per finire quindi sullo "specchio d'acqua", ho afferrato questo aggeggio, l'ho acceso tremante, ho digitato la password e mi sono catapultata a scrivere. Ah, mi sa che oggi scriverò dei vari ricordi che mi sono tornati in mente durante la notte ed anche prima. Ma che ne so cos'ho, sono pazza? schizzata? Perchè non sopporto nulla? Prima ho pensato, tanto per rimanere in tema "cause dell'insonnia" che per me non è un "tutto scorre silenziosamente", per me ogni cosa fa chiasso, casino, caos, rumore, striduli come quello delle unghie raschiate sulla lavagna, come la forchetta raschiata sul piatto. Anche nel silenzio c'è rumore assordante. Anche in uno sguardo. Anche nel cielo. Anche nel cuscino prima di dormire. Anche i muri, i muri, i passi dei vicini, il letto di quelli al piano di sopra. Anche in un gesto. Anche in una ferita. Anche in una lacrima. Anche in un urlo soffocato. Un urlo che c'è, ma si sa che l'essere umano sente solo i rumori, i suoni più rilevanti, gli altri passano in secondo piano, per non parlare di quelli che appunto, neanche possono essere percepiti. Un esempio, banale direte? il fischietto per i cani.
Eppure giurerei, giurerei di sentirle le anime urlare. Di sentire la mia, di sentire la loro, di sentire tutte quelle urla, tutti quei rumori preclusi all'udito di tutti. Di sentire il dolore, di sentire. Sentire, sentire con tutti i sensi. Magari per qualcuno, magari per tutti, tutto ciò che dico non ha senso. Anche il titolo ha senso, ha tantissimo senso, significato, ma come al solito il mio è un: chi vuole intendere intenda.
©GiuxBones.
mercoledì 7 novembre 2012
reminescenze che uccidono
Stringo i denti e di nuovo non piango. Un film scorre in tv, attori che recitano in vite che non sono le loro. Un po' come me. Lo stesso film che mi scorre spesso in testa: "la prossima vittima", il titolo. Una ragazza uccisa definitivamente da un enorme oggetto di vetro, trasparente, in un modo cruento, mentre chi teneva a lei può sentirla agonizzare, può sentire le sue urla, soffocate e non. La prima volta che lo vidi ero piccola in quel divano verde. La copertina che mi piaceva tanto e che alla fine mia nonna mi aveva regalato, mi copriva. Non c'era mio padre a tenermi tra lebraccia sulla sua poltrona, era già andato a dormire. Ero a casa mia. I miei giochi, i miei desideri, la mia cucina, le mie foto, i miei spazi, il mio giardino. Mia madre a fianco a me. Mia sorella era già nata e mio zio già un ricordo. Io mi stupii nella scena del funerale della figlia, dove la madre si lascia sopraffarre dal divertimento nel vedere un'anziana signora scivolare su un giocattolo. La scena dove la bimba rimasta macchia un cuscino con del gelato, chiede aiuto ed il padre, si, credo sia il padre, lo lava. La disperazione della madre, perchè l'odore della figlia defunta sul cuscino non potrà sentirsi mai più. La prima volta che lo vidi, tutto questo, seppur simbolicamente, non era ancora entrato a far parte di me, o meglio, non potevo ancora accorgermene. La prima volta che lo vidi nessuno aveva ancora fatto si che qualcosa di trasparente ma pesante interrompesse tutto. La prima volta che lo vidi mio padre mi teneva ancora tra le braccia, anche se a volte si comportava male, mi teneva ancora tra le braccia. "La vita continua" dice lei dopo che chi ha ucciso sua figlia viene assolto. Ma se la vita non è mai iniziata? Ogni ricordo bello che ho, più ci penso e più ci vedo dentro fantasmi, mostri nascosti, illusioni, falsità, schifo. Così non ho più ricordi belli. Neanche la mia copertina. Ora ha un taglio di lato, eppure la uso ancora. Eppure appena io mi sono danneggiata, nessuno ha continuato a starmi accanto. Mi chiedo sempre, ricordando appunto quel film, se io morissi, a chi importerebbe? La prima volta che vidi quel film, l'orologio a pendolo sulla parete oscillava e batteva ogni ora, si fermava ed aveva bisogno della sua chiave per far si che continuasse. Stringo i denti e di nuovo non piango, guardo indietro e vedo solo fango.
©GiuxBones.
©GiuxBones.
lunedì 29 ottobre 2012
Non sono solo lettere, ci sono pezzi di me anche tra le righe, in trappola.
Ieri è andata a finire davvero male. Con un mio urlo soffocato. Il fatto è che non provavo dolore fisico. Tutto per un "vi farò vedere io" di risposta da parte mia alle sue cattiverie quali "obesa, fai schifo" e blabla. Un "vai a fare la madre preoccupata da qualche altra parte" a mia madre. Il fatto è che è pure convinto quando dice che mi manderà in manicomio, quando dice che do solo fastidio, che sono inutile, che devo andarmene e tutto il resto (troppe cose). Quando poi mi ha lasciata stare e continuava io placavo il nervosismo e l'istinto di ucciderlo con le mie stesse mani mordendomi davvero forte. Non potevo ricorrere alla scatoletta colorata date "mia madre e mia sorella" in casa. Ora si comportano tutti come se non fosse successo nulla. Ma ancora più di tutto, ciò che faceva più male era il non aver nessuno con cui parlare, qualcuno che mi risollevasse un po' il morale, boh qualcuno che mi dicesse qualcosa anche senza senso, che mi parlasse e basta, qualcuno da poter cercare davvero nel momento del bisogno. Mi sono addormentata tra le lacrime e..sola. Avevo bisogno di sentirmi meno sola. Ascoltata. Almeno un po'. Ma ha ragione Davide, a dirmi che "Ci sono cose che non puoi delegare, fardelli che non puoi appoggiare anche solo per poco sulle spalle di qualcun altro solo per riposare i piedi doloranti. " Il fatto, poi, è che solo con una persona avrei voluto/potuto parlare. "Sto bene io, sto bene." Più lo ripeto e più mi sembrano solo stupide, insignificanti, futili lettere, per questo vario e dico "normale" quando voglio esser sincera, omettendo però cosa ci sia dietro/dentro. Non ho nessuno e mi viene da piangere anche adesso. Ho paura ma non sono paralizzata, vedo la gente camminare, parlare, dire, fare, fingere, mentire, ridere, vivere, vedo la vita degli altri scorrermi davanti, vedo/sento/ascolto/capisco ciò che una persona vuole dire, urlare, provare, ciò che una persona è. Lascio che li poggino, quei piedi doloranti. Anche al mio peggior nemico presterei attenzione, ascolto. Anche agli sconosciuti permetto di fare di me un punto di riferimento, qualora ne avessero bisogno. Tutti hanno bisogno di qualcuno che sia disposto a vederli per come sono davvero e non per le parti che recitano ogni giorno. Quando però sono io ad aver bisogno di due braccia tra le quali piangere non trovo nessuno. Le lacrime spingono sempre più. Vedo il mondo, la tv, gli animali, le vite scorrermi davanti, anche la mia, non sono paralizzata, corro per inseguirla, non la raggiungo mai. Farebbe bene ogni tanto essere io quella di cui qualcuno si preoccupa. Avere qualcuno che a me ci tenga, qualcuno per cui essere importante, qualcuno che mi chieda come sto interessandosi davvero, anzi, che me lo veda negli occhi e che mi stringa forte, senza dire nulla. Qualcuno che mi capisca. Qualcuno per cui non essere un peso. E non volesse dirlo al mondo, che lo dimostri almeno a me. Chiedo troppo, mi spiace. Non so neanche perchè mi sono sfogata qui, sono pur sempre davanti ad un qualcosa alimentato da corrente elettrica, schermo dieci pollici ed una scheda madre a fare da cuore. Davanti a dei pixel che non sanno ascoltare, abbracciare, tenere per mano. Solo formare, dar forma al mio provare a buttarmi fuori. Ma più mi butto fuori, più mi accorgo di quanto sia sbagliato, di quanto io sia sbagliata. Perchè ciò che sono rimane intrappolato tra nero e bianco, non può essere preso per mano, non può essere rassicurato, non può essere salvato. Quando spegnerò questo aggeggio, altri più piccoli o più grandi potranno leggerlo, ma saranno pur sempre emozioni, sentimenti, pezzi di me che gli altri vedono come solo lettere, solo parole, eppure non lo sanno che per me vale tanto riuscire a dire qualcosa di vero, di mio, almeno una volta. Avere l'illusione, ora, di aver parlato a qualcuno, di avere qualcuno. Tutto questo fa schifo, fa schifo. Vorrei avere la possibilità di premere l'interruttore del dolore anche io, ogni tanto. Vorrei premere l'interruttore e annullarmi. Vorrei poter premere l'interruttore qui ed andare/parlare/vivere(etc.) guardando qualcuno dritto negli occhi, senza vederlo, attimi infiniti dopo, andar via, scappare, ignorarmi.
©Giux.
lunedì 22 ottobre 2012
ho bisogno di certezze, quando non ho più carezze
Lasciarsi quindi consumare dall'orgoglio o essere forti ancora una volta? Prendendosi il vuoto pesante, il mal di testa, la confusione, i dubbi, il trucco colato e gli occhi rossi? Sorridendo davanti a tutti, piangere davanti a nessuno? Non so esattamente cosa scriverò qui, lascerò semplicemente che le dita scorrano sulla tastiera raccontandomi, osservando un po' alla volta, con i miei occhi ancora, quanto sia incredibilmente facile per il nero sporcare il bianco. Sarò anche confusa, senza seguire nessi logici. Parto con la frase iniziale, la stessa che dentro ha altre millemila parole non vuote. Come tutte quelle della gente tranne Davide, penso. Mi guardo indietro ed è incredibile quante persone dicevano che ci sarebbero sempre state, che mi volevano bene e me ne avrebbero voluto per sempre, io ero importante, io ero una bella persona, io questo, io quello, loro qui, loro al mio fianco. Anche io, a dodici anni circa, facevo lo stesso errore con tutti, una parola detta provandola ed una detta per cortesia avevano ovviamente un valore diverso, ma la stessa forma. E se non impari a conoscermi, a vedermi dietro ciò che fingo di essere, non riuscirai mai a cogliere l'essenza di ciò che sono. Adesso guardo indietro, ma posso guardare anche avanti e continuare a vederli lo stesso, quando mi passano davanti e nessuno, nè me nè una persona a caso tra quelle, facciamo un cenno di saluto. Come se non ci fossimo mai conosciuti. Il fatto è che non me ne frega un cazzo, merito dell'abitudine e del mio essere orgogliosa. Non mi fido. Ed ogni giorno sempre più ho la conferma di quanto io faccia dannatamente bene. Con il tempo, ho fatto si che mi fosse possibile costruirmi attorno un'armatura tutta mia, sbagliando forse, per una volta pensando a me stessa, strano, menomale direi a 'sto punto. Quando lo sono non sono la classica persona cattiva, sono perfida e crudele, ferita allo stesso tempo, vera. Dannatamente vera in ogni minimo dettaglio. Mi è facile, dato che nessuno si sforza di guardarmi davvero. In realtà si capisce quando fingo, si capisce quando è cortesia, si capisce quando invece lo provo sul serio. Parole diverse; emoticon, anche; sguardi fissi; smorfie. Sono vera in ogni cosa che faccio. Metto me stessa anche in punto, in una virgola, in un gesto. In un "mi piace", pure quello. Ho messo me stessa anche in un titolo che apparentemente non c'entra niente con il contenuto del post. Sono stanca di sentire sempre la necessità di dovermi spiegare, di sentirmi non capita, di essere sempre io quella che deve adattarsi e mai gli altri. Per questo, con il tempo, sotto questo punto di vista sono cambiata radicalmente. Adesso, seppur io rimanga sempre quella persona che si sforza di capire, di non dare per scontato un comportamento altrui, ascoltare, capire, se permettete avrei un carattere anche io. Avrei anche io le mie necessità, i miei bisogni, i miei abbracci da completare, gli sguardi da evitare, il bisogno di qualcuno a cui parlare. Non odio, quello no. Odio è una parola grossa, pesante. Ho tanto odio verso me stessa che non me ne rimane neanche un pizzico per gli altri. Adesso lascerei volentieri che, ancora una volta come sempre, i libri e la musica esprimano e spieghino ciò che sento. A loro, a quelle parole, come già dissi, sento di potermi affidare. Ed è bello ritrovarsi fuori, conosciuta, almeno un po', almeno una volta. Mi mettono ordine dentro. Per ora però non è la cosa giusta, ho bisogno di sfogarmi senza farmi del male fisico. Lasciando anche, come accadrà, che gli argomenti si sovrappongano, di ricreare fuori la confusione che ho dentro. Ho le cuffiette alle orecchie mentre scrivo, una canzone scoperta oggi, "here I am" cantata da Marion Raven mi pulsa dentro da due ore ormai. Come al solito canzoni che capitano a pennello, questa poi è più che azzeccata. Con lo stesso titolo di un'altra, la differenza è che è per una persona soltanto. Mi accorgo che se lascio che smetta abbandonandomi ai rumori che ho attorno, tvrespiriportechesbattono, non riesco più a ritrovarmi. Premo play ancora una volta. Sono ad un punto di non ritorno. Vorrei spiegarmi in ogni mio dettaglio, ma continuo a sperare che qualcuno arrivi e riesca a dimostrare di conoscermi, sapendo anche, quindi, come dimostrarlo. Le persone deludono. Vado via, tranne per una. Le persone mi fanno arrabbiare, le distruggo lasciandoli a terra agonizzanti, tranne per una. Sono orgogliosa, tranne per una. "Occhio per occhio, dente per dente", tranne per una. E' questo l'amore, per una che muore. E' il pulsante caldo al centro del petto che non puoi far smettere di battere, altrimenti tutti i giorni passati diverrebbero giorni futili, inutili. E' questo l'amore, riuscire a sperare. Riuscire a provare. Riuscire ad abbracciare qualcuno e sentirsi a casa davvero, al caldo, completi. Senza respingere, senza non stringere. Guardarlo neglio occhi e non capire più niente. Stupirsidi se' quando si riesce a non scostare lo sguardo. Come al solito mi trovo a non trovare le parole, ad aver paura di inquinare un qualcosa di così bello con un qualcosa di così finto. Qui fuori. Quindi mi interrompo e non riesco a scrivere più. Ma devo provarci. L'amore che mi da la forza di non mollare, di continuare a tenerlo accesso, l'organo fisicamente piccolo quanto un pugno. L'amore che mi fa cadere, pieno delle sue presenze assenti quando si è distanti. Ma il male per me nei suoi occhi non riesco a vederlo. Sarò una stupida, un'illusa magari, ma non permetto che questa rabbia, questa delusione e questa me sbagliata vi si riversino. Anche se mi sento come se stessi cedendo. Io sono forte. In realtà, so bene quale altro motivo mi spinge a non cercarle le parole. Il fatto che vorrei che almeno l'unica persona che potrebbe conoscermi perfettamente, lo faccia. La cosa negativa ma che non essendoci non permetterebbe ciò, è che siamo dannatamente uguali in 'ste cose. E si, sono cambiata. E no, non in peggio. Perchè per una volta ho avuto il coraggio di non erigermi davanti una barriera, per una volta mi sono resa fragile, in tutto e per tutto. Umana in tutto e per tutto. Con dei sentimenti alla luce del sole. Come ho avuto il coraggio, grazie a lui, di guardarmi dentro e scoprirmi. E li ho, i coglioni che dice che affermo solo di avere. Lì ho perchè un altra al posto mio avrebbe gettato subito la spugna, un'altra al posto mio avrebbe lasciato che anche qualcosa di bello venisse oscurato dall'ipocrisia che domina. Sbaglio, a non spiegare nulla adesso. Sbaglio. Cambio argomento che è meglio, in realtà non è meglio però fa si che io non butti fuori davvero tutto. Quel che conta è conoscersi. Il prof di matematica dice che quest'anno sono nel mio mondo. Qualcuno mi dice che dovrei pensare un po' a me e non sempre agli altri. A me stessa dico che non ce la faccio a non aiutare il prossimo, magari con le mie stesse difficoltà, magari con difficoltà diverse. Faccio agli altri ciò che vorrei che qualcuno, almeno in parte, facesse a me. Nel bene e nel male. La sincerità, l'onestà, la verità. A voi dico che chiudo qui e smetto di scrivere e domani continuo. Il fatto è che per conoscermi bisogna leggermi tra le righe, non leggere lettere ma pezzi di me in ogni pixel che compone questo post. Il fatto è che mi fa male la testa. Il fatto è che mi sento come se una di quelle tante mine fosse esplosa proprio sotto i miei piedi e chi vuole intendere intenda come sempre. E per capirmi, il primo passo giusto è non guardare solo la me di adesso, ma anche quella di prima, in ciò che dicevo prima e che non è cambiato. In ciò che provavo prima e mi ha reso ciò che sono adesso. Pezzi di me che lascio ovunque, nella speranza che qualcuno li colga e li ricomponga, anche piccoli frammenti che messi insieme ne formano uno altrettanto piccolo, allo stesso tempo grande per me. E me lo dica. Mi dica, mi dimostri che è riuscito a vedere il mio volto, dietro la maschera che indosso.
©GiuxB.
©GiuxB.
venerdì 31 agosto 2012
Parte prima
Mi resterà sempre impressa nella mente quella giornata. Quel mercoledì. Ero una cavia, mi analizzavano, volevano tirare fuori chi sono, volevano che dicessi tutto di me così che loro potessero usare me stessa come arma. Illusi. Un'infermiera che voleva fare la carina ed una dottoressa dagli occhi azzurri e qualche capello biondo in testa, legati in una coda. Mi fissavano dai loro posti di comando e tentavano di tirarmi fuori tutta, fino alle budella. E se io non fossi un fottutissimo corpo? Se io avessi altro? Lo vedranno, pensavo. Poi, dopo un po' di bugie e qualche si o no, la domanda: "da quanto vomiti?", bene, inziamo: "verso giugno dell'anno scorso ho provato, però non riuscivo", le loro facce si rasserenano e tirano un respiro di sollievo, miss giudico chi sei impugna la penna e fa per scrivere, interrompo le sue convinzioni con lo sguardo freddo e tagliente che quando lo sento dentro gli occhi, permetto alle persone di vedere tutto l'inferno che c'è dietro: "poi ho imparato". Hanno davvero emesso un "aah" soffocato, colmo dell'odio che avevo mostrato, colmo della forza che avevo mostrato. Durante il resto della conversazione: bugie, bugie. Loro non vogliono sapere davvero chi sono, per loro sono solo un lavoro.
Torniamo ad oggi. Per quanto sia difficile restare nel presente: proviamoci. Ho capito se voglio scrivere qualcosa di poco confuso, devo dividere gli argomenti. Nella testa, fare ordine anche se è difficile e decidere cosa dovrò buttar fuori per primo. Iniziamo. Me stessa. Quante volte ho pensato a fare qualcosa per me stessa? Quante volte ho messo me prima degli altri? Quante volte ho evitato di descrivermi e spiegarmi solo perchè sapevo già che non mi avrebbero capita? Nessuno, a parte che c'è dentro. Non so perchè sento la rabbia crescere ed il ghiaccio farsi sempre più resistente. Potrei addirittura diventare un enorme cristallo. Brillerei alla luce del sole, senza sciogliermi. La rabbia cresce e mentre le butto fuori le parole mi appaiono taglienti, io, sono tagliente. Faccio del male alla gente ma la verità è che prima di fare del male a loro faccio del male a me stessa. Poi loro fanno del male a me ed io ricambio rimanendo fedele alla "legge del taglione". Occhio per occhio, dente per dente, solo che poi finisco per accecarli completamente o a strappargli via la mascella intera, così, tutto d'un tratto. La verità è che se proprio nessuno vuole descrivermi, se proprio nessuno vuole una fottutissima volta farmi sentire capita, se proprio nessuno mi capisce, io non tenterò di spiegarmi. Giochiamo secondo le vostre regole, è questo che volete. Così vi sarà facile credervi vincitori. Bene, avrete soltanto barato. Ingannato. A voi non frega niente di chi io sia in realtà. Non ve ne frega niente. Ebbe sia, sarò finta, ingannerò anche io le vostre menti limitate. Vi ingannerò, giocherò con voi, con i vostri pensieri. Sarò una squallida puttana che si diverte a dare pezzi di se ovunque e sapete qual'è la cosa migliore? Non sarò io per niente, non perderò niente perchè non sarò niente. C'è anche una cosa più bella: è da un bel pezzo che gioco al vostro gioco e con le vostre regole, l'avete voluto voi. Ovviamente non sono finta con tutti, non sono spietata con tutti, ci sono le eccezioni. A parte chi c'è dentro, loro due, lui, la mia migliore amica ed un altro amico, quello di cui parlavo nello scorso post e poi qualche altra persona che comunque non mi ha mai fatto nulla di male quindi mi fa indifferenza. Con questi ultimi mi comporto di conseguenza. Gli altri vanno a scatti. Non lo faccio apposta o per prenderli in giro, davvero a volte mi mancano e a volte no, a volte me ne frega e a volte anche se li vedessi bruciare non muoverei un dito. Ma anche le varie eccezioni a volte sembrano non conoscermi, solo che per loro farei di più. Soprattutto per loro due e lui, mi sacrificherei. Ed è normale che non mi conoscano completamente dato che io stessa do rare occasioni per farlo. E' che vorrei che lo facessero loro e se lo fanno che me lo dicessero. Ne ho bisogno. Io ne ho bisogno. So di essere complicata, ma il fatto è che dietro la facciata che sono costretta a portare, c'è solo una persona vera. Vorrei che lui la vedesse per com'è e capisse sul serio che sono proprio come lui. Vi fanno paura le persone vere? Non sto dicendo vive, perchè non lo sono e questo è un altro discorso. Ma vere, quelle che le cose che dicono sentono, quelle leali, quelle..io. Dovrei forse dare delle istruzioni? L'accesso al pulsante nascosto che vi permetterà di distruggermi per sempre? Scopritelo. Scopritelo qual'è l'unica cosa che potreste fermare in una persona "non-morta". Lo sapete, voi? Anche adesso, non sono mica stupida a dire tutto, chi deve sapere sa e chi mi ha "guardato attraverso" sa. Bene. Me stessa. Sbaglio, per una volta, a decidere per me stessa? Forse si, per i canoni imposti da quella che è definita "normalità". O forse no. Per ora lo definisco un aver preso solo due scelte giuste: in silenzio, restare ogni giorno. Resistere, crederci, crederci sul serio. Perchè io non faccio o provo qualcosa pretendendo di riceverne in cambio. Non mi interessa di ricevere qualcosa in cambio. E poi, quella che sto prendendo adesso: scegliere di fare la scelta che altri reputano sbagliata.
Non ho finito di sfogarmi, tornerò nel prossimo post e sicuramente con millemila cose da dire, per ora non ho voglia e si è fatto tardi. Quindi questo resta un po' a metà, ma forse è anche che 'stasera un po' mi sono sfogata parlando con delle persone.
Non dirò adesso qual'è la scelta, non la spiegherò. Sarà solo, per una volta, una cosa fatta per me stessa. Per ora dico solo: scegliermi.
Bon, saluti, al prossimo post. Che ognuno pensi ciò che vuole di me, io tanto saprò sempre chi sono.
©GiuxB.
mercoledì 29 agosto 2012
Un post alla volta un giorno riuscirò a dire tutto. Forse.
Ho divorato un libro nello stesso tempo che impiego di solito per mandare a puttane tutto. Un giorno. Neanche ventiquattro ma qualche ora. Solo qualche ora di solito basta ed i dubbi mi assalgono, qualche ora e cambio umore, cambio opinione, un'ora, dei minuti per aprire la dispensa, il frigorifero e riempirmi, i minuti che si impossessano di me rendendomi un'automa che va a presentarsi pentito, in ginocchio davanti ad uno specchio d'acqua.
Tante altre cose che si possono fare in un giorno, ore, minuti, secondi. In qualche secondo ad esempio puoi dire qualcosa di sbagliato, qualcosa che a volte neanche tu vuoi dire ma lo dici e basta perchè pensi "chissà, magari se provo a non essere me sarà meglio". No. Non è mai meglio, non con qualcuno che davvero conta.
Tornando al libro, bizzarramente mi sono accorta che sono partita descrivendo "un giorno" senza pensare al fatto che appunto il libro fosse "il giorno in più" di Fabio Volo. Inutile dire quanto io mi sia ritrovata in alcune pagine, inutile specificare che io mi sia ritrovata nei modi di vedere l'amore, alcune sensazioni, emozioni. E la cosa curiosa è che "otto" volte sulle "dieci" in cui mi sono ritrovata a piegare l'angolino in alto alla pagina per ricordami che li c'è una frase che potrei ultilizzare per descrivermi, qualcun altro l'aveva già fatto prima. Il libro non è mio, è della biblioteca anche se avrei voluto comprarlo, come vorrei comprare i libri che leggerò, ma per ora comprerò solo il più importante, quello la quale lettura ho interrotto per poterlo, appena posso, fare mio sul serio. Comunque boh, mi piaceva l'idea che qualcun altro avesse usato la mia stessa tecnica e per le stesse parole, lo si sa che mi faccio ragionamenti e film scemi e senza senso, pensando in questo caso "chissà chi è". Comunque sia sono giorni, anzi in realtà settimane e mesi che non riesco a scrivere molto, almeno non come prima. Ti ritrovi la pagina bianca davanti e non sai da dove cominciare, perchè tutto ciò che hai in testa e nel cuore preme sulla punta delle dita come quando la gente si ammassa per salire prima sull'autobus. Alla fine cacciavo fuori tutti, che poi in realtà era dentro. La verità è che forse, per una volta, sentivo il bisogno di dirle alle persone interessate, oppure anche ad una sola persona, dille a qualcuno che avesse voglia di ascoltarmi e prendermi con tutti i miei difetti. Ma nulla, alla fine mi ritrovo sempre qui a cercare, in qualche modo, di scrivere tutto, senza rendere nessuno davvero partecipe di ciò che provo, di ciò che sono. Ho deciso di restare in tema, mentre butto fuori un po' di tante cose. Cose che alla fine non sono tante ma valgono tanto.
Inizio con l'unica persona di cui io mi sia mai fidata completamente. L'unico che non è stato mai oggetto di mie paranoie e dubbi, l'abbraccio più lungo della mia vita, durato circa un'ora e non scherzo, ci stavamo riscaldando si, ma intanto entrambi eravamo d'accordo di abbracciarci forte. Con lui ridevo e parlavo sempre senza la mano davanti alla bocca, potevo farlo. Lui mi chiamava e ci raccontavamo la giornata o qualche aneddoto, avevo lui da chiamare e lui poteva chiamare me. Di lui mi fidavo, poi un giorno è crollato tutto. Un giorno e poi quello dopo ancora, da parte di terzi, per nessuna ragione precisa, delusa io e deluso lui. E li i dubbi che tutto quello in cui avevo creduto fossero solo un sacco di bugie. In realtà la mia è sempre stata una scelta equa, a me, in fondo, non interessava quella bugia, il fatto è che se poi iniziano i dubbi si sa come sono io che non smetto più. Eppure non ho mai smesso di volergli bene e di aprire la sua finestra chat per poi richiuderla pensando che non fosse il caso scrivergli, cliccare "mi piace" a qualcosa con la quale ero d'accordo, nella speranza poi che gli venisse in mente di scrivermi. Il sollievo che provavo quando ci rivedevamo il sabato e sembrava non essere cambiato nulla, il caloroso abbraccio di sempre, le risate, le chiacchere. Poi non l'ho visto per settimane. Fino a sabato scorso. In questo caso pochi minuti per sconvolgere le mie convinzioni, il fatto che ormai mi fosse indifferente. Pochi minuti: il rivederlo. Avevo timore che non mi salutasse più con il suo abbraccio caloroso e con il sorrisone, temevo un saluto freddo e distaccato, dato che si può dire che erano secoli che non ci sentivamo. Invece no. Appena mi vede sotto il portico di piazza Duomo, quello che porta al tram, sbarra gli occhi e con un sorriso urla il mio nome come fa sempre, spalancando le braccia. "Se prima non bevi non ti saluto bene però." Bevo, non c'è problema figuriamoci, poi lo stringo forte. Si distacca immediatamente e dice che sono dimagrita ancora e che devo smetterla, un po' con il cinismo di uno che è un pò brillo. Boh, in realtà non sono dimagrita, cioè io non lo vedo, però gli sorrido. Durante la serata ad un certo punto vado un pelino fuori anche io e finisco per cercarlo con lo sguardo, così, per parlare un po' di più con lui. Lo vedo sul divanetto di fianco al mio, alla fine frequentiamo lo stesso gruppo di gente. Parliamo un po'. E boh. Mi dice che adesso seriamente basta, che non devo dimagrire più e che da bimbominchiosetta emo che ero prima adesso sono davvero diventata bella. Quando ribatto anche una ragazza che ha a fianco mi fa tacere. Parliamo anche di altre cose, lui mi dice che non gli sembrava il caso di scrivermi e per questo non mi ha mai cercata. Ma ad inizio conversazione, mi chiede se mi fido ancora. Le parole mi escono dal cuore e dalla mente come se fosse facile, fidarmi di lui, intendo. Mi rendo conto che si, mi fido ancora. Un po' meno ad "occhi chiusi si", ma ora con tutti, però mi fido e lui per me è importante. Mentre parliamo ci guardiamo negli occhi, ripetiamo entrambi che siamo mezzi ubriachi, così, senza senso, parliamo di altre cose, tra ti voglio bene e mi manchi, poi ci allontaniamo. Nel corso della serata ad un certo punto mi ritrovo davanti ad una situazione che boh: sono in piedi tra la persona che conta di più per me, la mia ragione, però nessuno del gruppo parla e stiamo li tranquilli e dall'altro lato vedo lui in piedi, ride, scherza, in quella situazione per dieci minuti buoni senza esagerare, continuo a ciondolare con il voler rimanere li ma il volere anche fare qualcosa in più che star li tutti in silenzio, la testa mi gira, l'alcool è arrivato a destinazione e ad un certo punto anche le mie gambe, anche io senza chiedermi il consenso ho camminato nella direzione di quelle risate. Lo riabbraccio più volte, e sbam, forse sbagliando le parole per dirlo, durante il discorso mi dice che qualche giorno prima ha controllato sul mio profilo parallelo se magari riusciva a vedere qualcosa ma nulla, mi dice poi che con lui posso parlare della "mia anoressia", sbagliando decisamente a parlare ma gliela lascio passare, alla fine siamo entrambi un po' ubriachi. Il fatto è che in poche ore le mie convinzioni vanno in fumo. Non so cosa fare, cosa pensare, tilt. Non so se di nuovo fidarmi completamente, oppure rimanere così come sono anche con lui. Mi accorgo però che nel guardarlo durante tutto il tempo, i miei occhi sembrano aver ritrovato l'affetto di sempre, occhi caldi e pieni di bene, come se brillassero. Ultimamente però sono cambiata ulteriormente, anzi, in realtà sono uscita sempre più allo scoperto. Senza giri di grandi parole ho smesso di raccontare di me e mi sono chiusa sempre di più in me stessa. Quindi, anche se ne avrei terribilmente bisogno, non darò il libretto delle mie istruzioni a nessuno, saranno loro a capirmi. Chiunque. Ma soprattutto poi cosa dovrebbe rispondermi a tutti i miei scleri? Lo so già come la pensa, lo caricherei solo di parole inutili, anche se mi servirebbe. Chissà magari un giorno di questi gli scrivo e mi sfogo, in fondo, ho lui che potrebbe ascoltarmi. Mi limito a digitare il suo nome sull'applicazione di facebook per il cellulare, Alessandro come destinatario ed un "mi mancavi tanto" come testo del messaggio, quando ancora ce l'ho a pochi passi a chiaccherare con altri, verso le sei passate di mattina. La me stessa fredda vince, ultimamente è sempre più forte quindi non riesco ad abbandonarmi completamente e a lasciare che qualcuno mi scopra completamente. Ho paura di tenere a qualcuno, ad affezionarmi così tanto da permettergli poi di ferirmi. E' meglio essere una lastra di ghiaccio, un iceberg immenso e solo chi ha il coraggio di passare sotto, di restare nell'acqua gelida rischiando di affogare o morire assiderato, riuscirà a conoscermi. Ultimamente è come se dovessi proteggermi e basta senza pensare a nessuno.
Passo ad altro, mi sto dilungando troppo e penso proprio che sarà a lui che scriverò tutto ciò che penso, non ha senso dirle ad altri, ho imparato anche questo con il tempo. Lasciando perdere il fatto che già a questo punto dubito che qualcuno avrà continuato a leggere. A chi importa, appunto? E poi come al solito a parole non riesco a spiegarmi come vorrei, non come prima. Alcune cose possono anche essere fraintese. Sapete che dico a 'sto punto? Ognuno pensi ciò che vuole. Mi sto rompendo le palle anche di star qui a scrivere le cose, quando magari l'unica a leggerle sarò io stessa oppure qualcuno che non me lo dirà neanche. Eppure, ne avrei bisogno..solo sapere, un parere, un commento, qualcuno a cui importi minimamente, anche se neanche mi conosce.
Comunque l'altro giorno per farla breve ho iniziato a parlare con una persona con cui credevo che non avrei mai parlato così. A parte chi è stato con me a scuola o chi come lui mi abbia fatto discorsi sull'argomento, nessuno riconosce la mia parte intelligente. Non voglio peccare di superbia, ma so di essere intelligente. La mia fame di cultura, di sapere, sapere, sapere. E non sapere solo perchè sono tenuta a farlo, sapere perchè voglio. Ci sono gli intelligenti che si mostrano intelligenti e lo sono, ci sono gli stupidi che vogliono fare gli intelligenti e non ci riescono e poi ci sono io appaio stupida quando in realtà non lo sono per niente. Nascondendo, come sempre, chi sono. Proteggendomi, in realtà. Ma ultimamente mi rendo sempre più conto di quanto sia sbagliato non mostrare il libretto di istruzioni anche a chi vorrebbe conoscermi. Credendo che non voglia quando invece sono io stessa che ormai ho eretto davanti a me, sono diventata io stessa qualcosa di irraggiungibile. [...]
I puntini tra parentesi sono perchè ne parlerò più avanti, perchè a 'sto punto, al solito punto "descriviamo l'amore o qualcosa che abbia a che fare con esso", mi blocco.
Tornando a ciò che stavo dicendo per una volta mi sono sentita libera di poter parlare di cultura, abbiamo parlato di libri, precisamente, mi ha stupito anche il suo parlare di me come se mi conoscesse, sembrava davvero conoscermi, sembrava capirmi, descrivendomi, come ho sempre desiderato che qualcuno facesse. Comunque adoro parlare di libri, come adoro passare le mie due solite ore immersa alla "Mondadori" di piazza Duomo la domenica mattina, quando tutti quelli che erano con me credono che io abbia davvero preso il treno per tornare a casa da Milano Cadorna. La verità è che impugno il mio biglietto giornaliero della metro, faccio retro-front, metro rossa, Duomo e scopro ogni volta qualche libro in più, da aggiungere a tutti quelli che devo leggere. Da sola, chissenefrega sono abituata. Adoro parlare di libri, adoro parlare di cose che so ma anche scoprire quelle che non so. Boh, credo che nell'intelligenza ci sia un fascino incredibile. E quando incontro qualcuno di intelligente non importa quanto oggettivamente possa essere brutto o di poca rilevanza, parlo, parlo, parlo senza mai sentire che io stia dicendo qualcosa di noioso, a volte mi chiedo anche se potrei mai arrivare a farmi piacere quella persona. SBAM. Punto cruciale. Parlerei di altre cose, tutte con un solo protagonista, ma i sentimenti, i pensieri, le emozioni e tutto il resto sono tornate a stringersi. Dovrei parlare di me, dovrei parlare di lui. Ma non ci riesco, forse ci riuscirò domani. Forse no. Forse boh, chissenefrega. Almeno qualcosa l'ho detta, che poi non ne freghi niente a nessuno lo so già ma di nuovo, chissenefrega. Ormai mi sono abbandonata al "fanculo, che ognuno pensi ciò che vuole." E poi non voglio neanche che qualcuno possa minimamente inquinare ciò che sento.
Non me ne frega più nulla di cercare di farmi capire. So chi sono e cosa posso essere, so cosa provo e so che sono vera. Chiunque voglia dubitare, io resto ciò che sono.
Ah, ho scoperto che le cavallette (o qualsiasi cosa sia quell'insetto simile che è entrato in soggiorno qualche ora fa) mi fanno schifo quasi quanto gli scarafaggi. Perchè cavolo non esce di qui? Ho già provato a lanciargli addosso i cuscini ma ogni volta si sposta prima, come mi scanso prima io, prima delle delusioni intendo. Per ri-farla breve.
No, figuratevi, non ho bisogno di sfogarmi con qualcuno, no, no. Mi sta solo scoppiando la testa. Per ora sull'
BOOM.
©GiuxB.
martedì 31 luglio 2012
Sfoghi che servono ma che non dicono tutto e non ci riusciranno mai.
E vorrei solo potermene fregare, essere normale. Forse sono io che non voglio essere normale. Io non sono normale e non posso esserlo. Non sono come tutte le altre ragazze. Non sono una ragazza bella, felice, spensierata. Al massimo alcune volte, rare, sono carina. Ma nulla di più.
Non ho un bel fisico, non ho un bel viso, non divento ogni giorno più bella anzi, mi imbruttisco.
Non riesco a fregarmene di ciò che realmente mi importa.
Non riesco a fregarmene del veder star bene le persone a cui tengo.
Non riesco a fregarmene di chi fa di tutto per schiacciarmi perchè ha ragione. Perchè alla fine finisco per credere più a loro e a me che a chi dice che vado bene così.
Non ho la mente piena di arcobaleni e sogni. Di sogni ne ho solo uno, uno che emana una luce immensa seppur sia come una piccolissima candela in mezzo al buio totale.
Non ho dei genitori perfetti, dei genitori che possano essere definiti tali. Mi vergogno di mia madre, ho un padre che a causa delle continue delusioni ha imparato a fidarsi solo di se stesso e secondo lui anche io dovrei farlo per evitarmi le delusioni che ha avuto lui. Nella mia
Non sono la ragazza che qualcuno ha paura di perdere.
Do agli altri quello di cui avrei bisogno io. Ho bisogno di qualcuno che sostenga me, per una volta, ma non c'è e non perchè non ci voglia essere, ma perchè io mi erigo attorno muri che nessuno potrebbe oltrepassare. Perchè sono brava ad assecondarli e lasciarli credere che io sia qualcuno che non sono, perchè ci gioco, con le loro menti. Non mi fido degli altri perchè in realtà sono io stessa a non f idarmi di me. Perchè se non posso essere abbastanza per me non sarò mai abbastanza per gli altri. "Tutti gli altri poi sono sbagliati di conseguenza". E chi deve sapere sa, niente di più a qualcuno che so che non potrebbe capirmi e non potrebbe spaventarsi, nel vedere che non sono quella che sembro.
Io non esisto. Dovrebbero capirlo tutti. Io non esisto. Sono così grande dentro ma allo stesso tempo non voglio pesare sulla vita di nessuno, come vorrei che nessuno scaricasse tutte le colpe su di me, le colpe che non mi appartengono.
Paradossalmente voglio dimostrare di essere tanto grande e immensa d'animo ma allo stesso tempo non voglio avere peso, non sono egoista ne faccio la vittima, occupo poco spazio, pochissimo in realtà, per consentire agli altri di non avere pesi in più nella propria vita. Dimostrare agli altri che posso essere immensa anche in un piccolo e fragile corpo, che posso essere forte in un corpo fragile, perchè io non sono un corpo. Non sono una pelle o due occhi grandi spenti/accesi/spenti/accesi come se ci fosse qualcuno dietro a premere per gioco l'interruttore. Non sono due braccia che stringono, dovrebbero guardare oltre quell'abbraccio, ascoltarvici ciò che non dico. E se potessi restringere il più possibile ciò che vedono, allora vedrebbero chi c'è dietro in realtà. E chi voglio essere per gli altri occuperebbe lo stesso spazio che vorrei occupasse.
Sono quella che delude. Quella che piange, quella che trattano male perchè sanno che ci sarò sempre lo stesso.
Sono quella che si conosce e sa cosa vorrebbe. Sono quella che farebbe e fa di tutto, tutto il possibile per ottenere ciò che vuole e alla fine lo ottiene. Quella che se afferma una cosa a cui tiene ci tiene davvero e sa di poterla mantenere.
Quella che fa caso ad ogni piccola parola che dice o dicono, ad ogni piccola cosa che non quadra.
Quella la quale intuito non sbaglia mai.
Quella che sa chi è più di chiunque altro anche se gli altri dicono che in realtà non lo sa.
Ok, nella mia testa vagano nel buio tante voci, tante voci che mi comandano come se fossi una marionetta, una bambola dagli occhi vitrei che si muove a comando. Ma sono io, quelle voci. Quelle voci hanno la mia voce e quelle voci sono me. Perchè sono mostri che mi vivono dentro dalla nascita, cresciuti con me. Sono io. Sono io che non mi reputo abbastanza, sono io che mi reputo un peso, sono io che mi urlo delusione appena qualcosa non va.
E poi, sono perfida, perfida sul serio e rare persone lo capiscono.
Sono un paradosso vivente, un controsenso, una contraddizione. Perchè nonostante io voglia il bene per gli altri, faccio a loro quello che fanno a me. Mento. Fingo. Li uso. Chi deve sapere che sono sincera e lo sono sul serio sa, con loro sono la persona più dolce di questo mondo, dell'universo intero e di qualsiasi altra cosa. Ma gli altri sono i miei burattini. Per questo, i mostri che ho in testa, sono me. Gli altri li tratto male, me ne frego, quando la mia personalità cambia, quando vengo trattata male loro sono il mio specchio. Li manderei al suicidio, con le mie parole taglienti. Dico loro quanto non siano abbastanza, dico loro quanto siano inadeguati, quanto dovrebbero cambiare.
Perchè nessuno lo dice a me?
Perchè tutti si sforzano di fare i carini e di dire che vado bene così?
Perchè nessuno vede ciò che sono?
Una cattiva persona. Ed è inutile scaraventare colpe su chi non ne ha. Non c'è Ana, non c'è Mia, non c'è chi urla tagliati o scottati o ucciditi. Ci sono io e della mia testa sono io la padrona. E appunto dovrei uccidermi per far passare quelle voci. Per uscirne, se ne esce solo così, ti resta dentro, il mostro, fino alla morte. Sei tu il mostro, sono io il mostro. La nostra anima è il mostro. E' noi stessi. E chi ne è apparentemente guarito sta solo nascondendo se stesso. Sta recitando qualcosa che non gli appartiene. Una vita finta, finti vivi. In realtà siamo tutti finti vivi.
Sono quella che aspetta di poterli sotterrare con una sola parola, con due, con una frase e loro subito dopo si sentirebbero esattamente come mi sento io. Sono acida, sono scontrosa. Ma anche in questo metto ciò che vorrei facessero gli altri a me.
Perchè hanno paura di ferirmi? Io fingo, io non provo nulla, io non provo amore per nessun altro, non adoro nessun altro, non darei il mondo per nessun altro, non salverei nessun altro se non tre persone contate e lo chiarisco dall'inizio, sono gli altri poi a vedere in me ciò che non sono. Io sono sempre io. Si, ci può essere quella persona a cui tengo più degli altri, persone a cui voglio un minimo di bene, ma faccio a loro ciò che vorrei per me e basta. Le ascolto, le capisco, guardo a fondo in ogni comportamento e non do per scontato nessuno, so che tutti ne avrebbero bisogno come io ne ho bisogno. Perchè nessuno ascolta me?
Perchè nessuno mi capisce?
Perchè mi si mettono contro tutti e al massimo chi non non lo fa è chi ci sta passando e sa di cosa avrei bisogno, perchè?
Perchè tutti mi scaricano colpe che non dovrei avere e faccio il possibile per far si che non mi appartengano e alla fine me le trovo nella "fedina pensale" lo stesso?
Non lo so neanche, boh, mi contraddico. Ho un caos in testa, riguardo le mie relazioni con gli altri. Perchè come mi trattano li tratto, ma allo stesso tempo li ascolto e li capisco e non li odio. Non riesco ad odiare. Guardo a fondo tutti. Vorrei che gli altri guardassero a fondo me.
Le persone mi provocano assuefazione, ogni volta ci vuole una dose maggiore di carattere, personalità, tutto per farmela bastare e non far si che venga dimenticata e messa da parte, per quanto io possa tenerci. Loro non sono all'altezza perchè io non sono all'altezza.
Non so neanche se arrivato a questo punto, chi mai avesse avuto la voglia di leggere, abbia capito qualcosa di tutto ciò che intendo. Ci sono molte altre cose che non ho detto, molti altri pensieri, molti altri paradossi, molte altre verità. Per ora però penso basti così. Giusto per sfogarmi un po'.
Le parole alla fine non spiegano tutto per filo e per segno, alcune parole in grado di spiegare credo non siano neanche state inventate, per questo motivo alcune cose ti restano dentro a consumarti, ad aspettare che tu trovi un altro modo per farle uscire. Le parole a volte non valgono, la stragrande maggioranza delle volte. Le parole sminuiscono e troppo. Perchè le parole sono state inventate da altri e come possono gli altri spiegare e capire completamente quello che hai dentro, senza conoscerlo? Non sono tutta parole io, io vado a comportamenti, a dimostrazioni. Sono gli altri, siete voi che non riuscite a vedermi ed io mi farò vedere. Solo chi riesce a guardarmi davvero, chi mi guarda negli occhi, osserva, analizza, va oltre ciò che sono superficialmente, oltre le mie stesse parole.. ha la possibilità di scoprire chi sono in realtà.
Ripeto, io non sono una persona come tutte le altre. Non sono normale. Che poi mi chiedo: normale rispetto a cosa? Chi mai ha avuto l'autorità di decidere cos'è giusto e cos'è sbagliato? Cos'è sano o malato? Cos'è normale o no? Se sei vivo quando respiri e se sei morto quando non respiri più?
©GiuxB.
giovedì 7 giugno 2012
Dopo giorni di silenzio (seconda parte)
Quando l’infermiera mi consegna il certificato che userò per salvare l’anno scolastico dalle troppe assenze, tra la calligrafia quasi indecifrabile, leggo l’ultima cosa che avrei voluto leggere. “..è affetta da disturbi di personalità con bulimia nervosa..”.
©GiuxB.
Le voci entrano in massa. Sono blu. Sono sporca. Mi chiamano bulimica perché sono grassa, mi chiamano bulimica perché mangio. Si, in effetti ultimamente è da bulimica la mia condotta alimentare, ma non posso fare a meno di pensare che se smettessi di mangiare del tutto, come prima, allora tornerei pura e rossa.
Gli occhi mi si riempiono di lacrime e mi cala il buio addosso. Sono al centro, in salotto, seduta sul divano. Alcune parole restano indecifrabili, ma l’unica diagnosi che hanno fornito sul mio conto è questa. Non sono degna di indossare il braccialetto rosso. Non sono riuscita neanche a tenermi ciò che volevo, la leggerezza, il vuoto nello stomaco. Mi vedono mangiare, mi vedono grassa, mi vedono ma non mi ascoltano. Perché è come se tutto ciò che ho raccontato loro non fosse mai stato detto.
Non devo far notare che piango, mi farebbero troppe domande ed io voglio stare da sola, avrei solo bisogno di quella stretta che sa darmi tutta il respiro necessario. Quella stretta che riuscirebbe a rendermi immortale. Lo leggo, lo rileggo, una, due, tre volte, lo poso, lo rileggo saltando le parole che non riesco a decifrare. Sono arrabbiata.
Chiamano per lo spuntino, succo alla pesca. In preda a mostri più grandi di me, conto. 53 kcal che scendono giù come se fossero sassi. Lo stomaco, la gola, mandano il segnale del non bisogno di cibo. La testa. Le voci. Non devo, non devo. Grassa, grassa, te l'avevo detto. Mi sale l’ansia, continuo a piangere trattenendomi e torno in salotto più presto possibile. Quando la Tati va via la saluto nel modo più naturale possibile. Come al solito, non mi vede davvero.
Nel frattempo ho già mandato la richiesta d’aiuto. Non voglio ritrovarmi a non lottare più già da principio, perché se non ne avessi parlato, mi sarei ritrovata a rifiutare la cena. Non ho voglia di mangiare, non voglio mangiare ed è colpa loro. Ho voglia di dimagrire, di raggiungere il primo obiettivo (45 kg), poi il secondo (42 kg), il terzo (40 kg) e quello finale (38 kg). Vorrei buttarmi tra le sue braccia a piangere, ma lui è lontano e devo aspettare sabato. Vorrei che mi rassicurasse, come fa sempre. Che mi liberasse subito da queste voci che continuano ad urlare sopprimendomi tra grasso/sangue/lacrime/schifo, schifo, schifo. Ma è riuscito definitivamente, almeno, a farmi pensare di doverne uscire. Di dovermene fregare. Ma quando qualcosa è più grande e forte di me, la maggior parte delle volte prende il sopravvento. E ‘stavolta, per ora, non posso permetterglielo. Ho fatto una, due promesse, le manterrò. Mangerò, proverò a lottare e ad accettarmi. Ancora per oggi non mi ha liberato, ma so che lo farà al più presto. Non so cosa mi dirà, ma so che riuscirà a farmi star meglio come sempre. Ancora lotto tra le varie voci, il bene, il male, dovresti, non fai, devi, grassa, vacca, dimagrisci, stupida, ce l’hai fatta, non puoi, devi.
Lo so che non sarà facile. Non è facile. Ma per ora devo uscire dal meccanismo di autodistruzione. Voglio sentire la calma ed il cuore battere. Voglio sentirmi serena come mi sentivo prima della loro ennesima prova: non mi vedono, non mi sentono, non mi ascoltano, non mi aiutano. Per colpa loro ho passato il resto della giornata avvolta nel mio solito uragano, tra la nebbia, il buio, la non-speranza, il silenzio nei confronti della gente.
Ecco ciò di cui parlavo nel post precedente. E’ questo, in pochi dettagli, che ha fatto riemergere le lacrime che sanno di sangue e dolore, accompagnate dai vari mostri e dalle varie voci.
Ecco ciò di cui parlavo nel post precedente. E’ questo, in pochi dettagli, che ha fatto riemergere le lacrime che sanno di sangue e dolore, accompagnate dai vari mostri e dalle varie voci.
Dopo giorni di silenzio.
Quando ho troppe voci in testa, troppi pensieri, mi riesce ancora più difficile prenderli e scaraventarli fuori tra fogli, pixel, inchiostro o giudizi. Sono troppi e non riesco a suddividerli in categorie. Bene, male. Forse, potrei. Alcuni si nascondono nelle fessure più piccole affinché io, molto più grande, non possa acchiapparli. Allora me li tengo dentro. Mi popolano, come un condominio piccolo e troppe famiglie. Chiasso, disastri, confusione. Tutti si lamentano. Nessuno fa le valige e libera il posto. Grattano le pareti perchè stanno sempre più stretti. Si riproducono. Fuori io non ho tempo per concretizzarli. Non ho tempo, voglia, soddisfazione verso quelle poche parole, due righe massimo, che quando provo riesco a a tirar fuori. Così sto giorni senza scrivere. Piena fino ad essere, paradossalmente, vuota. Perchè più sono e più pesano, più una parte che va via via crescendo di te non è concreta, non toccabile, non esiste per la realtà. Neanche una scatola di "moment act" riuscirebbe a farmi passare il mal di testa. Forse, però, li farebbe tacere definitivamente. Dovrei fare dieci cose, non ne inizio neanche cinque. Durante il caos però ho così tanto bisogno di buttarle fuori che alcune sono costrette ad affacciarsi alle finestre, così vado alla ricerca di qualcuno che potrebbe ascoltarmi, senza giudizio. O forse si, ma va bene comunque. Lascio pezzi di me nella testa di chiunque. Solo con lui però vado a fondo, dico davvero tutto quello che penso su ogni cosa e non solo quello che so vorrebbe sentire. Con lui mi svuoto davvero di tutto quel caos, liberando posti, facendo si che gli eco cessino, tra i corridoi della mia mente. Un respiro. Un cuore che batte senza respiro è ciò che fa di me un essere non vivente davvero. Avrei bisogno di un lavaggio al cervello/mente/memoria, così potrei ricominciare da capo. Provarci senza chiedermi perchè sono così.
Nei giorni precedenti Alessia dice che sono dimagrita. Lo dice anche una donna che non vedevo da un po'. Io non riesco a vederlo. Neanche la bilancia rotta di cui ho deciso di non fidarmi più. Alessia dice che lei sarà i miei occhi, io sarò i suoi.
Serena parla con me più del solito, mi fa anche la tinta. Mi fido di lei. Non mi sento giudicata, con lei. I suoi occhi azzurri e grandi mi danno tanta sicurezza. Le dico cosa penso di tutto, lei dice che si, se prima non passo il "periodo brutto", quello davvero buio, non potrò mai uscirne davvero.
Serena parla con me più del solito, mi fa anche la tinta. Mi fido di lei. Non mi sento giudicata, con lei. I suoi occhi azzurri e grandi mi danno tanta sicurezza. Le dico cosa penso di tutto, lei dice che si, se prima non passo il "periodo brutto", quello davvero buio, non potrò mai uscirne davvero.
Entro, esco e di nuovo entro da quella porta, salgo le scale, abbasso e spingo la maniglia. Le saluto, mi salutano. La solita routine. I soliti pasti, conto, conto, conto. Il braccialetto rosso nuovo che ho comprato attende in pezzi di piccole palline dentro l'astuccio colorato che io mi decisa a trovare un filo adatto a ricomporlo, farfallina di quello vecchio inclusa.
Inizio a respirare quando parlo con lui, perchè non trattengo proprio nulla dentro. Lavaggio del cervello. Lui mi salva, ci riesce. Lui è quel poco che basta per non fare arrendere i medici. Perchè non stacchino la speranza/spina e dicano che ormai non possono più fare niente. Smetterebbe di battere anche il cuore. Ma batte. E quando batte, la voce tace. Come Capitan Uncino che scappa al battito della sveglia all'interno del coccodrillo. Parlo, parlo. Io e lui insieme possiamo farcela a smettere di autodistruggerci per colpa dei mostri che in testa ripetono con le nostre stesse voci che siamo inadatti, inadeguati, non abbastanza, inutili. Guardarci allo specchio e vedere due mostri, letteralmente lo specchio di ciò che portiamo dentro. Possiamo salvarci a vicenda. Possiamo tornare, insieme, quelli che eravamo quando il parere del mondo non ci pesava. Senza maschere. Possiamo, come dice lui: "levarci la maglia". Ed ecco che mentre parlo cose che affermavo senza dubitare anche solo due ore prima, quando le dico, non le penso più. Non credo davvero più che sia l'unica soluzione. Come se potessi guarire e far sparire i sintomi dalla mia cartella personale. Sbatterli tra i ricordi. Ma prima o poi so che torneranno. Ci provo, ora, a vivere e non contare. Ma la consapevolezza di non aver raggiunto l'obiettivo mi porterà sicuramente ad aprire il vaso di Pandora, troverò la chiave della porta sigillata la cui soglia non avrò varcato da anni, mangerò di nuovo la mela avvelenata, quella che peserà, quella che peserò. E ricomincerò peggio di prima. O forse ne uscirò quando sarò passata, come lo chiama Serena, dal "periodo brutto". Ma per ora voglio provarci. Posso farcela. Dopo aver parlato con lui sentivo dentro di me solo il battito, il mio. Per me, per lui, per noi. La canzone dedicata, quelle parole che come sempre hanno fatto tacere le voci. Dopo aver parlato con lui ero libera. Sentivo dentro come l'immagine della serenità, un prato verde, tanta aria e cinguettii. Come la primavera. La calma. La rinascita, anche se forse il ciclo sarà lo stesso, non faccio a meno di riprovarci. Però non lascerò mai sole tutte le altre ragazze perse tra i numeri, non le lascerei mai a pensare che io possa "sputare sul piatto dove ho mangiato" o meglio, non mangiato. Mi sentirò un fallimento nei loro confronti, nei miei. Perchè loro hanno raggiunto e io no. Ed è questo che urlano le voci quando tornano. Il giorno dopo la liberazione/ragione/salvezza/aiuto avrei voluto parlarne al centro. Dire che lui fa molto di più in pochi istanti di quello che di 'sto passo faranno loro in due/tre/quattro, infiniti anni. Ma di tutte le persone che dovrebbero curarmi, nessuna ci riesce. Li vedo tutti solo come gente pronta a sbattermi addosso etichette, diagnosi, medicine, numeri, giudizi, falsi sorrisi, false parole. Quindi non ne parlo con loro. Ovviamente, Alessia è il mio punto di riferimento li dentro. Durante il giorno cerco di non contare, cerco di non pesarmi sulla bilancia rotta, cerco di fregarmene. Ma a volte non riesco perchè è diventato un meccanismo automatico e anche se penso "non pensarci" è ovvio che io in realtà ci stia pensando e mi stia preoccupando eccome.
Ieri poi quando mentre pranzavo un'infermiera ha detto che mi avrebbero visitata. Il boccone che stavo mandando giù ha preso a scivolare lentamente, i seguenti ancora più lentamente. Pensavo ai numeri alti che avrebbero visto mentre le voci si facevano largo tra prati verdi e libertà. Tra qualche settimana avrebbero visto che i numeri si sarebbero abbassati. E via con le ramanzine, castighi, obblighi. Ma non mi hanno pesata perchè c'era una gita ieri pomeriggio. Io ci metto troppo a mangiare e la dottoressa doveva andare via.
Sono giorni di fila che parlo con lui, ci scriviamo. Mi fa stare bene, mi sento meno sola, mi manca un po' meno di quanto mi mancherebbe se non ci fosse. Le voci non tornano. Magari nel frattempo capisce davvero che per me è più che abbastanza e nessuno ha il diritto di fargli credere che non lo sia. Possiamo salvarci. Dobbiamo salvarci. Settimana prossima inizierò a leggere un altro libro. Al più presto vedo di scrivere le lettere, anche se in ritardo, per il compleanno di Davide e Matteo. Sabato Milano. Mercoledì tutto il giorno con lui. Non vedo l'ora.
Qualche dettaglio l'ho saltato, non importa scrivere tutto ciò che è già stato fatto e che chi deve sapere sa. Sono calma e sto bene. Anche se il parere degli altri non mi è indifferente, le lacrime non rigano il mio volto dalla sera in cui lui mi ha dedicato la canzone. Erano lacrime che non facevano male, quelle che sanno di sale e vita e non di dolore e sangue che spero non tornino presto. Un battito, due battiti, ritmo cardiaco. Un respiro, due respiri, respiro grazie a lui. Non vivo, non può rivivere ciò che muore , ma almeno posso provarci. Ci provo. Ora, mentre scrivo, ricopio me stessa dai fogli disordinati che ho scritto 'stamattina a scuola. Sono al centro tra una lacrima e l'altra, per una cosa di cui scriverò 'stasera. Cerco di non farmi vedere. Le voci sono tornate e anche le lacrime senza sapore di vita, purtroppo, come 'stasera leggerete. Ma cerco di non darmi per vinta. Al segnale d'allarme, sono corsa a chiedere aiuto a l'unica persona che può scacciare via il male. Purtroppo non posso rifugiarmi tra le sue braccia in questo momento, perchè la lontananza divide fisicamente. Lui.
©GiuxB.
A 'stasera.
©GiuxB.
giovedì 31 maggio 2012
Mercoledì 29 maggio 2012
Sono un po’ indietro. Non ho ancora scritto nulla di ieri,
devo scrivere di oggi. Lo studio mi distrugge, il cibo che devo mandar giù per
forza, ancora di più. Devo recuperare scienze umane e fisica, storia ormai mi
mette il debito. Non so neanche se ce la faccio a scrivere anche di oggi, ma per ora così.
Partiamo da ieri. Il ritorno a scuola, le solite domande.
Non sono minimamente preparata in storia, scienze umane e fisica le so
discretamente, tutto per colpa della sfuriata di mio padre. Prima ora, storia. Decido
di parlare alla prof, di dirle che se vuole può anche mettermi il debito. Le
rivelo che vado in un centro per la cura dei disturbi alimentari e le spiego
cos’è successo. Ignorante, ignorante, ottusa, superficiale, taci. Mi fa domande
assurde, affermazioni che mi rovinano per il resto della mattina. Come il suo “disturbo
alimentare? A me non sembra proprio che tu sia anoressica”, guardando le mie
cosce con un’espressione da: “tirami una porta in testa così sono utile al
mondo”. Troppo grassa, troppo grassa, troppo grassa. Cerca di fare la
psicologa, cose assurde, va be’ la solita ignoranza tipo “e ma si magari sarà
per quello, oppure per questo oppure perch..blablablabla”. Entro in classe,
inizia a fare quella “voglio essere perfetta e farmi i cazzi tuoi e farti
innervosire” commentando le mie assenze ed il mio rischio di essere bocciata.
Mentalmente la uccido una volta, poi due. Commenta, commenta. Tre, quattro,
cinque. Espiantatele quegli occhi scavati e quel naso da topo. Le corde vocali.
Silenzio, vi prego. Vedendo che non la calcolo inizia ad interrogare, non mi
interroga.
In seconda ora l’interrogazione di fisica va bene rispetto alla mia preparazione,
il prof la fa veloce con tre domande e spiaccica un “sei” sul mio libretto e
sul suo registro. Dice che devo ancora recuperare un modulo, lo recupererò domani
venerdì.
Scienze umane, tirate una sedia in testa anche a lei. Fatela
scendere dalla bolla di stupidità che si è creata intorno, l’aria da menomata
che ha stampata sugli occhi, gli studenti che si prendono gioco di lei. Mi
interroga, lei per smollarti un misero "sei" per poco non vuole anche le virgole,
i punti ed i due punti. Con la scarsa preparazione, la paura di sbagliare ed i
vuoti di memoria, con la presenza della mia compagna di classe bella,
bellissima, magrissima, una barbie a fianco che mi guarda: vado in tilt.
Come al suo solito la prof inizia a lamentarsi: non hai studiato e
blablablabla. Fa così anche con tutte quelle dopo di me. Io mi alzo e torno a
posto. Fa quella potente, ma non si rende conto, forse, che è da un anno che si
fa mettere i piedi in testa dalle mie compagne di classe, prof compresi. Si
alza, si lamenta. Crisi. Respiro affannato, lacrime, nervoso. Le compagne di
classe strette se ne accorgono e mi fanno sedere, mi dicono “calma, calma” e
sfidano loro la prof al posto mio, Sara alza la voce, così i miei insulti non
si sentono. La prof continua a dire “ma lei non ha problemi, se avesse problemi
capirei”. I prof non sanno, non tutti, lei non sa. “Ma chi glielo dice che non
ha problemi; no non ha problemi; si va be’ prof ok non ho problemi ciao”. Tra
frasi sue, mie, delle altre: afferro il diario, prossimo atterraggio: la fronte
della prof. Ma ho abbastanza autocontrollo per non lanciarlo. Lo appoggio e lo
lancio mentalmente, colpendola una, due, tre, infinite volte. Il resto della
giornata lo passo al centro, i miei genitori sono in colloquio con la
psicologa, parlano di me. Non li incrocio. Potrei saltare il pranzo con lo
stratagemma dell’aver già mangiato, dato che l’accompagnatore ha ritardato
tanto, ma sono stupida e dico “no” seguito da un “ma non ho fame quindi per me
è uguale”. Quindi pranzo. All’ora dello spuntino siamo costrette obbligatoriamente ad andare a
prendere il gelato. Fortunatamente è artigianale e senza grassi. Prendo una
coppetta piccola allo yoghurt (75 kcal). Ne lascio sciogliere un po’ sul fondo della
coppetta, il resto lo mangio. Tornando al centro parlo con Alessia, dice che è
in ansia perché non sa quante kcal abbia ingerito, controlliamo su calorie.it
appena arrivate. Le mostro il blog, il mio profilo parallelo, tutto. Legge dove
parlo di lei. Ci riabbracciamo, sorridiamo. Il resto della giornata prosegue
come sempre.
La faccio breve, probabilmente ho saltato qualcosa, però va be'. Se riesco arrivo con la giornata di oggi, altrimenti la posterò domani.
©GiuxB.
mercoledì 30 maggio 2012
Martedì 29 maggio 2012
La terra si smuove. I mobili, le finestre, la scrivania, il
divano, io. Mia sorella che mi chiama: "Giusy, il terremoto!" Apro gli occhi,
sono sul divano. Non so che ore sono, ma più o meno è ora di pranzo dato che
mia sorella come al solito guarda sempre gli stessi programmi alla tv, sdraiata
sul letto. Non sono andata a scuola, non andrò in comunità.
Mio padre torna da
lavoro, fingo di dormire per non beccarmi la ramanzina. Ma come le placche
della Terra di scontrano, il mio polpaccio viene colpito dalla scarpa, dal
piede che contiene, mentre mia madre informa mio padre del mio non essere andata a
scuola e del mio non voler andare al centro. Lui mi solleva e mi dice di andarmene
fuori di casa, di non tornarci più. Esco, faccio un giro, sono persa, ho paura,
non so dove andare. Prendo il treno? Vomito li dietro il mais che è stato il
mio pranzo? Vado al centro? Vado al parco? Qualche minuto dopo vedo passare l’auto di mio padre, ma
lui non mi vede. Mi sta sicuramente cercando. Paura. Cosa mi farà? Torno a casa
ma non entro nel condominio, suono, una, due, tre, quattro volte, ma mia madre
dice che non gliene frega nulla e che mi arrangio. Vedo mio padre rientrare nel
vialetto. Paura, timore, paura, paura, paura. Mi afferra, mi butta in macchina.
Chiama mia sorella e mia madre, scendono, fa salire di fretta anche loro. Sembra
un qualcosa senza controllo, capace di commettere un omicidio, la sua famiglia,
come le disgrazie, gli attimi di follia di cui si sente parlare al
telegiornale. Temo di essere il prossimo nome nei titoli di Studio Aperto. Io,
mia madre, mia sorella, mio padre infine suicida per essersene pentito.
Minacce, minacce, ma lo so che è la follia del momento. Non mi sgozzerebbe,
forse. Non mi picchierebbe davanti a loro, forse. Non mi scannerebbe, forse. Non
mi sbatterebbe a calci nel culo attraverso la porta fino a farmela sfondare,
forse. E tutte le restanti parole avvelenate che sputa fuori mentre l’auto si
dirige al centro dove dovrei trovarmi in quel momento.
Scendo dalla macchina,
mi stringe il braccio così forte che temo si spezzi, se non fosse per il grasso
che ancora lo ricopre, si spezzerebbe sul serio. Saliamo le scale, è ancora in
collera piena. Ma come non detto davanti alla Tati si calma. Io piango, stringe
più forte. Parlano, devo stare li. E blablablabla. Quando se ne vanno io non ho
il coraggio di entrare in lacrime così ridotta e farmi vedere dalle altre.
Penso ad Alessia, penso di poter chiedere che per ora venga avanti solo lei, ma
non lo faccio e la Tati mi dice di andare con lei almeno in soggiorno, tanto le
altre stanno pranzando. Sul divano mi stringe e mi fa piangere, odio quando mi
stringe, odio piangere davanti agli altri, parla, parla, io parlo, parlo
trattenendo più che posso i lamenti. Un mucchio di parole tra i miei singhiozzi
e le sue strette che non fanno altro che farmi soffocare ancora di più. Deve essere
passata mezz’ora e finalmente mi calmo. Mi porta in bagno, ottimo trucco
waterproof ed i danni sono limitati. In cucina il saluto delle altre, che ho
pianto si vede. Mi accorgo subito che Alessia non c’è. Avrà un altro esame, chiedo: infatti. Ho
chiesto a Serena che sta intrecciando i fili di uno “scoobydoo”, di quelli grossi che mi ricordano quando
anche io da bambina viva mi divertivo a farli. Penso anche che potrebbe essere un passatempo per non annoiarsi e quindi non cedere alla voglia di mangiare. Quando poi mi siedo in salotto e
la vedo avvicinarsi a me sorridente e pronunciante un: “te lo regalo”, allungo la mano verso quel
piccolo oggettino, la ringrazio, sorrisone e lo stringo forte. Credo che lo
aggiungerò alla lista delle cose che non posso assolutamente perdere.
C’è cineforum oggi pomeriggio, il film “quasi
amici” mi tira un po’ su l’umore, ma non abbastanza.
Durante la giornata non so
chi abbracciare, non so con chi parlare davvero, mi rendo conto che quel posto senza Alessia per me è vuoto, nessun
punto di riferimento stabile. Chiedo se almeno torna per cena. Torna, evviva. Più
tardi, quando la vedo entrare dalla porta mentre porto i piatti pieni di cibo
al posto di ognuna, sorrido. Finalmente è arrivata. Ho già precedentemente
sistemato le nostre tovagliette vicine, così potrò averla accanto a cena. Mangiamo,
insalata di pollo con pezzi di formaggio e qualche altra schifezza che non so
cosa sia, cavolfiore ed il solito panino integrale che se lasci troppe briciole
devi mangiare anche quelle. Poi esco in balcone con Alessia, forse qualcun’altra
ma non ho bene presente chi. Parliamo, poi purtroppo è ora di andarmene. La
saluto, bacio in guancia ed una stretta forte.
Prendo il bus, anche se qualche minuto prima sono convinta
di perderlo apposta per andare a piedi fino a casa, perdendomi, senza cellulare
perché mio padre nella furia non mi ha dato il tempo di prendere nulla. Vorrei
fargliela pagare ma poi penso che andrebbe solo a mio discapito, quindi torno a
casa. Non scrivo appena tornata, ne dopo dieci minuti, ne dopo due ore. Ho troppo mal di testa e la cena prega per uscire da dov’è
rientrata. Non esce, al posto suo le lacrime escono eccome.
©GiuxB.
martedì 29 maggio 2012
Lunedì 29 maggio 2012
Una tazza di thè caldo e dodici biscotti frollini verso le 22 di ieri sera perchè non valgo niente, sono una fallita, grassa,brutta, non vedrò mai quel numero senza spigoli, quei due numeri vicini che sembrano due infiniti messi al contrario. 38. La solita codardaggine, non mi peso. Dalle voci vengo reputata non degna di farmi vedere in giro. La pancia mi si contorce, mi fa male. "Sto andando", mi chiudo la porta di casa dietro spalle e zaino ma so già che non vado a scuola. Sono diretta in stazione, si, ma non prenderò nessuno dei tre treni che passano. Il libro Wintergirls tra le mani, devo ancora finire di leggerlo. Lia ed i suoi fantasmi / i miei fantasmi mi tengono compagnia dal Cinquantunesimo al Cinquantaseiesimo capitolo, con delle piegature in cima alle pagine che contengono frasi che mi rappresentano, schiacciandosi tra le pagine ogni volta che qualcuno passa. Giudicherebbero, giudicherebbero, giudicherebbero. Alle 7.30 lo chiudo completamente perchè posso tornare a casa. Davanti alla porta di casa esito ed ho l'ansia. La gola mi si stringe e penso che, una volta entrata, le parole non sapranno uscire dalla mia gola. Ma ce la faccio. Apro. Solite verità negate: "Sono troppo grassa e brutta e schifosa per andare a scuola oggi e come se non bastasse le sessanta gocce di lassativi prese nell'arco di ventiquattro ore stanno facendo effetto e la pancia potrebbe scoppiarmi di grasso e liquidi" si deformano in: "Mi fa troppo male la pancia e a scuola lo sai che non mi mandano in bagno ogni due secondi, fammi qualcosa per calmare il mal di pancia." Per fare la madre mette un po' di limone in una tazzina e l'appoggia sul lavandino, me la indica e poi torna a stendere. Non ha ancora sparecchiato la tavola di ieri sera, butto quel liquido giallastro nel brodo dei funghi e quando mi chiede, tornando, se l'ho bevuto, rispondo "si".
Anche oggi sarò una finta, bugiarda, falsa innocente.
E mentre scrivo la stanza trema, trema. Il terreno trema.
©GiuxB.
Anche oggi sarò una finta, bugiarda, falsa innocente.
E mentre scrivo la stanza trema, trema. Il terreno trema.
©GiuxB.
lunedì 28 maggio 2012
Are you scared?
Se pensi che vuoi morire, hai già smesso di vivere.
Non ho
paura della morte, sono già morta il giorno in cui ho deciso che il cibo non
bastava a colmare l’abisso, che come la fame vien mangiando, più riempivo il
vuoto di cose superficiali, più esso spalancava le fauci. Un po’ come i
vampiri, ho iniziato a provare e sentire una fame che il cibo non può saziare.
Ognuno ha le proprie paure, le proprie debolezze.
C’è chi ha paura del buio, chi in fondo non ne ha mai avuto
paura? Di ciò che non si vede, non si conosce. Ciò che pur non vedendosi e non
disturbando, è il nostro nemico comune. Non lo vediamo, non lo tocchiamo, non
lo sentiamo. Ma sappiamo che è li ad osservarci, a studiarci, ad aspettare che
finalmente abbassiamo la guardia per poi poterci abbattere e portarci con se.
C’è chi ha paura dell’altezza, che poi è paura di cadere.
Vedere i muri che ti sorreggevano crollare improvvisamente sotto le tue stesse
certezze. Sotto i tuoi piedi. Precipiti.
C’è chi ha paura di api e film, c’è chi camuffa la vera
paura senza neanche rendersene conto. Sospesi tra illusione e convinzione del
fatto che vada tutto bene. Tra un sorriso e l’altro, tra una nuvola e l’altra,
una farfalla e un gelato, un vestito, per credersi felici. C’è chi alla paura
non apre le porte, non ne ha bisogno quando la paura vive dentro da una vita
intera. Paura dei propri genitori, di deluderli perché danno tanto. Paura di essere privati del loro affetto, di essere
privati di quella casa, quelle braccia, quei soldi che ti fanno sentire
protetto. Ma un giorno se ne andranno, si sa, se ne vanno tutti. Tanto vale
abituarsi a non averne prima di affetto , già dall’inizio, come ho già fatto da
anni.
Ma c’è una paura che arriva dopo. Quando smetti di
preoccuparti dei mostri sotto il letto, dei mostri dietro il buio, dei mostri
dentro i film, dei mostri dentro i sogni. C’è la vera paura, quella che ti fa
tremare, quella che ti fa piangere e battere forte il cuore. Quella che quando
la provi, non sai più cosa stai facendo. Io so qual è la mia.
Smetti di cercare
mostri fuori, quando ti accorgi che il peggiore ce l’hai dentro. Quello che ti
consuma, fino a farti piangere e gridare d’odio. Fino a farti perdere in un
posto che magari conosci meglio, come si dice, delle tue stesse tasche.
Ora penso e credo che non dovrei raccontare la mia paura, in
troppi ormai conoscono le mie debolezze. In troppi sanno come annientarmi, come
farmi uscire allo scoperto. Se però c’è una cosa che non riesco a fare è
fingere sulle mie paure, anche una sola parola che le riporta alla mente, è ciò
che mi rende debole e fa crollare tutte le maschere di sorrisi che sono
abituata a portare. Mai visti sorrisi e risate più falsi e spenti, alcuni li scambiano per veri, se fossi un’attrice,
avrei già vinto l’Oscar.
La paura che fa tremare, la paura di riflettermi e non
ritrovarmi più. Non trovare più chi sono davvero neanche negli occhi della
persona che vedo riflessa. Paura di non essere abbastanza. Abbastanza forte,
abbastanza poco pesante nella vita di chiunque, nella vita di chi non voglio e
non posso deludere, nella vita di chi amo, adoro, voglio bene. A volte vorrei non avere più terrore degli
effetti che il cibo e il sentirmi in colpa per averne fatto uso hanno su di me.
Poche sono le cose, o meglio, poche sono le persone che riescono ad annientare
il male, anche solo per un istante che basta a farmi prendere la boccata d’aria che mi
riporta a lottare. L’istante che può servire a stringermi forte, a farmene
fregare, perché troppo impegnata ad alimentare quel sorriso. Batte forte il
cuore. Trema altrettanto forte ,quel piccolo muscolo involontario, davanti alla
bilancia, davanti ai quei numeri troppo alti che un istante dopo si bagnano
d’acqua, dell’acqua che mi compone e sceglie di fuggire via attraverso i miei
occhi. Piangere e tremare davanti a tutti quei numeri, davanti a quegli
obblighi. Urlare, piangere, tremare in silenzio. Nessuno capisce, giudica e
basta. Come verrò giudicata anche io, per l’ennesima volta. Anche se mangio,
no, non sto bene, perché altri mille sono i mali che mi infliggo.
Dovrei sconfiggerla la paura, dovrei mandarla al diavolo,
dovrei non fare di essa la mia forza. Ma non posso, perché se c’è in me
qualcosa di forte, è proprio questo. Sono forte perché so chi sono, mi conosco
meglio di chiunque altro, so chi sono e qual è il mio punto debole, soprattutto,
al contrario di altri, ammetto di avere un punto debole, piccolo, minuscolo e
vuoto, il pulsante che basta per distruggermi.
Prendo la mia forza dal fatto di
riuscire ad essere anche solo minimamente abbastanza.
Prendo la mia forza dal
sorriso che ho quando vedo i numeri scendere.
Prendo la mia forza da ciò che in
realtà me la toglie.
Prendo la mia forza dal fatto che io già sono a conoscenza
di questo.
Prendo la mia forza da ciò che molti chiamano scheletri
nell’armadio. Io nell’armadio quelli che per gli altri sono scheletri ce li ho
sul serio.
Ho paura, non di un mostro creato da qualche regista o
scrittore un po’ pazzo e fantasioso. Non ho paura di squali assassini, malattie
contagiose, fine del mondo, terremoti, killer, fantasmi, non ho paura di film,
animali, cadute. Ho paura di me. Ho
paura di deludere tutte le aspettative che gli altri hanno, ho paura di
deludere me, lei, lui, loro, voi, te.
Tremo mentre scrivo, tremo mentre piango.
Tremo mentre ho paura del mio mostro più grande. Mentre ho paura di tutto ciò
che lo compone, di tutto ciò che urla.
Ora ditemi, cosa c’è di più pauroso dell’avere terrore di se
stessi?
Fa davvero paura un po’ di trucco e qualche effetto sonoro?
Fa davvero paura il fatto di perdere qualcuno che non è mai davvero stato tuo?
Fa davvero paura un animale che magari è molto più piccolo di te ?
Fa davvero
paura il buio, quando ci vivi dentro?
Fa davvero paura cadere, quando sei già
sul fondo?
Fa davvero paura la morte, quando è l’unica cosa certa che hai?
©GiuxB.
domenica 27 maggio 2012
alreadydead
Tonfo. Mi giro, mio padre a terra. “Finalmente” penso. Poi
mi pento. Potrei fregarmene, ma non me ne frego completamente. L’orgoglio c’è
verso quell’uomo che giorno dopo giorno mi rovina sempre di più con le sue
parole amare, il suo disprezzo. Ma è colpa dei mostri che anche lui ha in
testa. Mi accorgo che anche se ho voglia di lasciarlo li a sboccare l’anima, a
cadere, a rischiare che mentre sarò a fare la doccia non lo sentirò morire, non
lo faccio. Quando vomita sento la puzza d’alcol. Non so cosa fare e lui sta
sempre peggio: chiamo mia madre. Mi ricordo che dopo aver preso gli
psicofarmaci ha bevuto. Mia madre arriva e la puzza d’alcol mi invade la mente.
Torno indietro nel tempo e mi vedo volare, lui inizia a dormire ed ora sta
meglio. Io inizio a stare male. Ripenso all’altro uomo che avevo visto stare
così. Mio zio. Mi vedo volare tra le sue mani grandi, come una farfalla,
insieme a quella che un tempo era la mia migliore amica. Lo vedo proteggermi,
lo vedo ridere, lo vedo come quello che odiano perché dipendente da una
sostanza. Mio padre che fin da adolescente va di qua e di la per salvarlo. Loro
si sono dimenticati di lui. Io no, a me sale il cuore in gola quando vedo una
sua foto o ricordo qualcosa che faceva. Sale il cuore in gola quando penso che
quella sera era lui, circondato da estranei, morente.. e noi siamo passati
dritti ignorandolo perché non sapevamo fosse lui. Quando non tornò a casa,
pensammo che avesse bevuto troppo di nuovo e che sarebbe tornato sbronzo come
il martedì precedente. Invece il mattino dopo arrivò quella telefonata. La sua
vita, tra alcol, droghe, pianti, sangue, risate coraggiose davanti ad un mondo
che si sfracellava davanti ai suoi occhi era finita così: tra le strade di una
città lontana più di mille chilometri da casa sua. Con due fari dietro che
stavano per inghiottire anche il battito che gli era rimasto, quel poco battito
che bastava per renderlo capace di camminare su una strada buia. Ha cessato di
esistere. Ma non per me. Ricorderò sempre due sere prima di morire, sul mio
letto, con il cappellino in testa ed un dente sanguinante. Ai tempi ero ancora
una bambina viva, respiravo ancora. Ma lui non ebbe paura di sconvolgere le mie
convinzioni, mi chiese di andare a vedere se ci fosse lui alla porta d’ingresso.
Mi spaventai, non capivo il senso. Ci penserò sempre a quel momento. L’immaginarmi
come sarebbe stato se l’avessi trovato anche sulla porta d’ingresso. Morì ed io
iniziai a smettere di volare. Morì ed io iniziai a scrivere sul diario segreto “onyx”
con le ciliegie sopra. Quello che lui stesso mi aveva regalato.
Domenica 27 maggio 2012, prima parte.
Sveglia alle 9, la spengo e mi alzo verso le 10.30. Mi rendo conto subito del fatto che sia, purtroppo, vero: neanche questo weekend l'ho visto, l'ho abbracciato, l'ho vissuto. Non mi parlerà per giorni sicuramente. Mi sono addormentata sul divano, ieri sera, così, perchè ne avevo voglia. Vorrei fare colazione ma non faccio colazione, mancano più o meno due orette e poi potrò pranzare. Trovo il coraggio di prendere la bilancia e pesarmi: 51.5. Pensavo peggio, ma mi manca quando potevo leggere anche solo il 49. Mi metto al pc, attendo l'ora di pranzo. Nel frattempo mia sorella già di prima mattina inizia a rompere e fare la vittima, la lascio fare. Arriva l'ora di pranzo, io i tortellini dico di volerli in bianco e non al sugo. Trovo non so dove la capacità di fare una richiesta: "ma se mangiassi una mozzarella con l'insalata?". Mia madre mi dice si, dopo la pasta. Io dico no, allora niente. Mio padre: fai quello che vuoi tanto li dentro ci resti a vita se continui a ragionare così. Il mio pranzo consiste quindi in 60 gr di mozzarella (245 kcal x 100 gr, quindi 129 kcal) e 50 gr di insalata di tipo “songino” con un cucchiaino di olio di oliva perchè me l'ha preparata mia madre, non mi avrebbe permesso di mangiarla scondita (18 kcal+45 kcal per un totale di 63 kcal). Dopo pranzo mia madre e mia sorella mi chiedono se voglio andare a fare un giro con loro, al centro commerciale. Sarebbe ottimo, camminare, camminare, camminare. Ma domani mi aspettano un’interrogazione in storia ed il recupero di scienze umane. Rifiuto. Se ne vanno.
Dopo un po’ inizio ad avere voglia di mangiare. Non posso, non devo, non puoi, non devi, poi ti sentirai in colpa. Resisto, poi cedo. Entro in cucina, apro il pacco delle crostatine al cioccolato, ne apro una, la guardo, penso che non voglio davvero mangiarla. La rimpiangerei per il resto della giornata. La rimetto nella confezione che come al solito ho aperto delicatamente e la metto via. C’è il controllo, il controllo c’è. Alle 15 però faccio merenda con un pacchetto di crackers (156 kcal) e due quadrati di cioccolato fondente (40 gr-> 206 kcal). Un po’ tante, ma sentivo che più sarebbe andata avanti la giornata, più avrei corso il rischio di abbuffarmi e rovinare tutto. Era ancora presto quindi, come si dice, meglio prevenire che curare.
Ora mi attendono i libri. Ho deciso che 'stasera prima della doccia farò almeno 10 minuti di corsa e 100 addominali. Se riesco anche di più.
Domani spero di vedere un numero più basso,
a ‘stasera.
Ora mi attendono i libri. Ho deciso che 'stasera prima della doccia farò almeno 10 minuti di corsa e 100 addominali. Se riesco anche di più.
Domani spero di vedere un numero più basso,
a ‘stasera.
sabato 26 maggio 2012
Sabato 26 aprile 2012.
Oggi non sono stata al centro, il sabato e la domenica
non devo andarci. Be’, la solita sveglia , quella delle 5, l’ho staccata,
alzandomi solo al suono di quella delle 5.35. Solita routine, oggi a scuola dovevo
andare per forza. La verifica di inglese in prima ora e quella di geometria in
seconda mi aspettavano. La cucina stamattina chiamava, ma ero abbastanza forte
da non cedere. Non ho toccato nulla, ho acceso il pc, la piastra, ho preso i
trucchi. Mi sono lavata la faccia, i denti, così non avrei rischiato di
mangiare se avessi ceduto. Al posto della colazione avevo intenzione di
mangiare una barretta energetica durante l’intervallo. Mi sono truccata,
piastrata i capelli, vestita. Ho stretto la cintura attorno ai miei jeans
rossi, quelli che mi stanno larghissimi, nonostante il fatto che la cintura mi
faccia sempre irritazione, non so neanche perchè. Va be’. Alle 6.30, prima di
andare, sento la sveglia di mia madre, lei non la sente e per fargliela pagare
ulteriormente, la disattivo. Esco di casa facendo meno rumore possibile, con l’ombrello
perché credevo che stesse piovendo. Non piove, vado in stazione, prendo il
treno, scendo alla prima fermata e mi dirigo alla fermata del bus. Gli altri
sono già li, saluto e si parla in generale, io sto zitta. Dal c49 Como scende
Brigitta, una delle ragazze del centro, ci salutiamo e diciamo che ci vedremo
lunedì. Se ne va verso il suo bus, io continuo ad aspettare il mio. Arriva,
vado a scuola. Scopro che la verifica di inglese è stata spostata, ma in
seconda quella di geometria non manca. Va discretamente. In terza ora, libera perché
c’è lo stesso prof della seconda e ci lascia fare quello che vogliamo dato che
non ha nulla da spiegare. Decido di andare alla macchinetta ma la barretta
energetica non c’è. Prendo un caffè lungo senza zucchero (2 kcal) , mentre
scende però mi pare di sentire un rumore strano, come se lo zucchero ce lo
avesse messo. ANSIA. Torno in classe, controllando se anche solo un minuscolo
granello sia finito nel bicchiere, non c’è. E’ stata solo una mia impressione. Lo
bevo, è amaro ma lo mando giù lo stesso. Le ultime due ore passano tranquille,
ho anche il coraggio di proporre un’attività nuova ma come non detto la maggior
parte della classe non riesce a stare in silenzio e si crea confusione, va be’.
Tornando a casa inizio ad avere paura per il pranzo, paura di abbuffarmi e
salire ancora di più con il peso schifoso. Percorro 20 minuti a piedi, fino al
bus, prendo il bus, arrivo in stazione e percorro altri 20 minuti a piedi fino
a casa. Accendo il pc, sono a casa da sola. Devo mangiare, la promessa non deve
più essere infranta, farei solo ancora più male. Mio padre ha fatto la spesa,
la controllo e stranamente mi sorprendo
quando non trovo schifezze come nutella, biscotti o cose varie, ci sono solo le
due tavole di cioccolato fondente e i cinque pacchi della settimana scorsa di
crostatine all’albicocca, bravo. E’
sistemata anche male, l’avrà sistemata mia madre di fretta. Forse mangio un
panino, forse un thè con le fette biscottate. Ma non ne ho voglia. Alla fine
prendo uno yoghurt magro alla fragola (88 kcal x 100 gr, quindi un vasetto 125
gr: 112 kcal) e decido che quello sarà il mio pranzo. Occupo la mia postazione
davanti al pc, lo finisco in 10 minuti e butto il vasetto. Dico a lui che oggi non ci sarò. Inizio a sentirmi
una merda perché avrei tanto voluto vederlo e poi ogni volta va tutto bene fino
al venerdì, quando litigo con uno dei miei e vado in palla per i soldi. Faccio
pena. Giro un po’ e poi non ce la faccio, mi sale la rabbia perché non posso andare
a Milano neanche questo weekend, ho paura che lui si allontani come si era
allontanato tempo fa. Paranoia. Vado in cucina, non per mangiare ma
intenzionata a bruciare qualche caloria extra. Inizio togliendo i piatti
sporchi dal tavolo, quelli che mia madre ha lasciato li senza preoccuparsene,
si sa che fa tutto tranne che essere una brava mamma casalinga. Li metto
nel lavandino, ma non li lavo, fanculo, quello può farlo da sola. Sistemo un po’,
poi apro la dispensa delle merendine, la sistemo schifezza per schifezza senza
la minima voglia di mangiare anche una sola briciola di crackers, crostatine,
biscotti, pane, grissini, la colomba di Pasqua (ancora li) che io sono due anni
che non mangio. Nel frattempo arriva mio
padre, si accorge della spesa sistemata male e inizia a prendere a parole mia
madre, io gli dico che la sistemo io meglio come sto già facendo, tanto non è
un problema. Non mi chiede se ho mangiato, strano, meglio così. Finisco di
sistemare perfettamente la dispensa e passo al frigorifero, ogni tanto do un’occhiata
al pc. Sistemo tutto perfettamente, prosciutto cotto e crudo a fette, salame a
fette, yoghurt, succhi di frutta, pane, tortellini, tagliatelle, maionese,
salsa rosa, dadi, uova, sottilette, formaggini, bevande, il sugo che mia madre
ha fatto non so quando, l’insalata, il melone giallo, le birre e tutto il
resto. Mi sento forte perché sono tornata quella di prima, quella che sistema,
sistema, sistema per bruciare qualche caloria extra, per far vedere che sono
brava a sistemare, per far vedere che qualcosa la faccio. Riesco a non cedere.
Non voglio cedere e non ne sento il minimo bisogno. Finita la cucina passo al
mio armadio, che disastro! Ci metto due ore a finire di sistemare tutto. Torno
al pc fino a quando non arriva l’ora di cena. Non ho fame ma devo mangiare per
forza altrimenti rompono. C’è il pollo al forno e l’insalata piena di olio e
sale mi attende al centro del tavolo. Mi faccio dare più pollo: la coscia e l’ala,
in tutto circa 80 grammi ( 104 kcal), poi torno al pc. Alessia si connette, mi
cerca lei. Mi chiede se sono andata allo spray e le rispondo di no ma andrò il
prossimo se non ci saranno i soliti problemi. Lei dice che verrà con me. Non
vedo l’ora. Le chiedo com’è andato l’esame di italiano, dice che spera bene, lo
spero anche io. Mi chiede come sto, le dico di non aver fatto danni stranamente
anche se pensavo di farne, ricambio la domanda e lei dice che come sempre di
sera le sale l’angoscia e la malinconia, oggi ha paura perché lunedì la pesano.
Dovrebbe essere 42 per lunedì, ora oscilla solo tra i 37 ed i 38, sicuro e
spera che quattro chili per lunedì non riesce a prenderli, figuriamoci. Mi
chiede se secondo me quando raggiungerà i 42 chili si vedranno i cambiamenti,
dice che lo chiede a me perché si fida. Le dico che secondo me li vedrà sicuro perchè è anche una questione di sapere di essere
ingrassata e preoccuparsi e vedere quei pochi chili in più come se fossero
dieci.. ma nel corpo al massimo avrà più pancia, non sporgente ma magari un po'
più "gonfia". Di gambe non credo che si noterà molto, al massimo
prende qualche millimetro di circonferenza. Mi chiede di farle una promessa, di
prometterle che se dovessi vedere nei cambiamenti nel suo corpo, dovrò
dirglielo senza problemi, le prometto che lo farò. Lo farò.
Le dico che so quanto sia importante avere qualcuno che, al contrario della
maggior parte della gente, non mente e anche se è evidente non continua a negare la
verità. Lei dice che riesco a capirla perfettamente, che sono una delle
pochissime ragazze con cui si sente a suo agio la dentro e che non vede l’ora
di lunedì per rivedermi. Anche lei si sente a disagio li dentro per gli stessi
miei motivi, a parte il fatto, per me, di essere quella più grassa di tutte. Si
sente non capita, perché le altre mangiano senza problemi e anche con gusto,
così magre e così felici possono permetterselo. E un sacco di cose che penso
anche io. Ci capiamo. Dopo un po’ dice che stacca, domani avrà la prova di
inglese, mi dice il suo primo “ti voglio bene”, anzi: “ti voglio tanto bene”.
Oh, quanto bene le voglio anche io. Ricambio, dandole il buona fortuna per
domani e la buonanotte. Si disconnette. Continua la serata, sto bene, il
controllo c’è. Però mi manca lui e mi chiedo cosa starà facendo. Sarà sicuramente
scazzato nei miei confronti. Spero di riuscire a scendere almeno sabato
prossimo. Ho le cuffie sulle orecchie mentre scrivo e la canzone “Your guardian
angel” pulsa. Gli dedicherei anche questa, anzi, l’ho già fatto ma lui non lo
sa. Come non sa delle altre millemila canzoni dove trovo sempre pezzi di lui.
Penso di aver finito di raccontare la giornata di oggi,
starò sveglia, poi quando la noia si farà sentire andrò a dormire o forse a guardare un film. Domani dovrà
esserci ancora il controllo. Deve.
Buonanotte.
venerdì 25 maggio 2012
Sera di venerdì 25 maggio 2012.
Tornata dal centro. Come al solito le lacrime appena tornata a casa. Ho anche scoperto da mio padre che alla fine
Il pranzo come al solito: ansia.ansia.ansia. Un panino integrale di segale , fagiolini, 4 bastoncini di merluzzo, mela verde (tot circa: 420 kcal). Alle 15.30 siamo scese in palestra per fare psicomotricità, Alessia è nel mio stesso gruppo. Alessia è quella che “spacca il ghiaccio” nel gruppo. Ci siamo messe in cerchio, al “come state?” la mia solita risposta che racchiude la normalità del mio star male: “normale”. Poi l’operatore ci ha chiesto cosa provavamo, la maggior parte di noi provava rabbia. Anche io. Le restanti, confusione. Abbiamo deciso che per sentirci meglio ‘stavolta ci saremmo prima sfogate e poi rilassate. Quindi ci ha detto di prendere un oggetto qualsiasi e sfogarci su di esso. Ho preso il materassino blu ed ho iniziato. Mentre ero li a sfogarmi, con il materassino arrotolato tra le mani, immaginavo le persone che tante volte avrei voluto prendere e sbattere forte contro il muro o per terra. Immaginavo le scene che mi fanno salire la rabbia. Le scene che mi fanno star male, le scene che non sopporto. Quando giudicano, quando pretendono, quando lui sta male. Mentre facevo caso al fatto che sia io che Alessia avessimo preso la stessa cosa contro cui accanirci. Si sfogava anche lei. L’operatore poi ha detto che chi voleva avrebbe potuto mettersi a coppie e prendere un velo. D’istinto mi sono girata verso Alessia, si è girata anche lei. Abbiamo preso il telo. Avremmo dovuto prenderne un’estremità ciascuna e tirare, trasformando il telo nella nostra rabbia. Essendo il triplo di Alessia, avevo paura di tirare troppo, non era una cosa equa. Ma lei era forte, forte lo stesso. E tiravamo, anche se pensavo a non farle male in nessun modo. Poi l’operatore ha detto di lottare un po’ di più. Allora stringevamo e ci avvicinavamo al centro del telo, stringendo, lottando, arrivando insieme nello stesso punto. Tiravamo, poi è capitato di scambiarci le estremità, come fidarsi, come dare all’altra letteralmente in mano la vita e lasciarle il compito di sconfiggere la rabbia al posto dell’altra. Finito questo, il momento del rilassamento. Il materassino blu mi attendeva, anche se mi ero sfogata, anche se mi ero sentita collegata così tanto ad una persona, non ero pronta. Pensavo che appena mi ci fossi appoggiata sarebbe sprofondato sotto il mio peso troppo alto, al contrario delle altre che avrebbero potuto permettere al tappeto di sollevarsi in aria senza fatica. Sdraiata ripensavo a quando le costole spingevano più di adesso verso l’alto. Le ossa del bacino che non sono più sporgenti come prima. Le cosce che premevano contro il materassino. Stavo occupando troppo spazio. Ho chiuso gli occhi, chiedeva di respirare mentre ascoltavamo la musica. Faticavo. Respirare, la cosa che per la maggior parte delle persone è la cosa più facile che esista, io non riuscivo quasi a farlo regolarmente. Dopo un po’ mi sono lasciata andare, non so perché ma non avevo più pensieri, niente testa piena di paura, rabbia, delusione, schifo, schifo, schifo. Ogni tanto come sempre sistemavo i capelli in modo che non si vedesse il doppio mento. Pensavo a che visione orrenda avesse avuto chi per sbaglio avesse posato gli occhi su di me. Ho provato imbarazzo perfino quando dovevamo ripetere insieme ciò che diceva l’operatore. Però boh, sono riuscita a rilassarmi più delle altre volte. Ad un certo punto però ci ha chiesto di muoverci seguendo il ritmo tranquillo della canzone di sottofondo. Se mi fossi alzata, mi sarei messa troppo in mostra. Se avessi mosso le gambe, avrebbero notato quanto le mie fossero millemila volte più grosse di quelle di tutte le altre. Ho aperto le braccia ed ho iniziato a muovermi come una farfalla. Avrei voluto poter volare davvero. Sono ancora troppo pesante. Appena finito sono andata a sedermi con le altre, di nuovo in cerchio. L’ultima a finire è stata Alessia, ho adorato la libertà che trasmetteva mentre si muoveva, la voglia di libertà. Finita l’attività, risedute in cerchio, una per una abbiamo detto come ci siamo sentite nelle varie fasi. Alessia ha iniziato per prima, come sempre. Dicendo che quando tiravamo il telo, si sentiva accudita da me, sentiva che non volevo farle male. Ho sorriso. Ha detto che le piaceva il rumore forte del materassino quando sbatteva contro la superficie perchè era come se finalmente potessero sentire anche gli altri la rabbia che aveva dentro. L’operatore in tutto ciò che ha detto alla fine ne ha tratto che lei vorrebbe farsi sentire, vorrebbe sentirsi protetta, vorrebbe poter sfogare la rabbia. Arrivato a me ho detto che si, avevo paura di farle male. Ho detto che mi sono rilassata più delle altre volte e che nello sfogarmi immaginavo proprio le persone. Alla fine da quello che ho detto ne ha tratto che ho paura di fare del male agli altri, non penso a me stessa ma metto le loro necessità prima delle mie e dovrei cambiare questa cosa e pensare più a me stessa anche se non è una cosa negativa preoccuparsi degli altri, non bisogna farlo così tanto come faccio io.
Finita psicomotricità siamo tornate su, dopo lo spuntino, succo di frutta alla mela (conto 100 kcal approssimate) sia io che Alessia ci siamo messe al pc. Serena mi ha prestato il suo per tutto il giorno, anche quando poi lei è andata a casa per il weekend. Ho scritto ad Alessia su facebook anche se si trovava ad una poltrona di distanza. Abbiamo iniziato a parlare. Le ho detto che collegando le cose fatte a psicomotricità, per sfogare la rabbia potrebbe sfogarsi con me che non la ferirei, che ho persino paura di ferirla. Lei ha detto che li non si trova a suo agio, che vede gli altri solo come persone che vogliono farla ingrassare e va sulla difensiva. Ha detto che si trova benissimo con me e che sente che potrà nascere una bellissima amicizia, se ovviamente voglio. Se voglio? E me lo chiede? Io che sto qui a parlare sempre di lei, di quanto io mi sia trovata bene fin dal primo momento con lei. Ha detto che dobbiamo sostenerci a vicenda, che anche lei per me c’è se voglio sfogarmi. Va be’ in poche parole poi mi ha detto di soffrire di dca da due anni, che sta facendo una fatica assurda per uscirne ma non ci riesce, quindi se entro agosto non ne esce getta la spugna. Le ho scritto che secondo me dovrebbero lasciarci fare quello che vogliamo, se ci sentiremmo più libere fuori di qui, dovrebbero concedercelo. Se ci sentiremmo più noi stesse a non mangiare per forza un panino intero o quantità industriali di kcal a settimana dovrebbero concedercelo, la vita è nostra.. e che penso che per uscirne bisognerebbe prima volerlo davvero, fino a quando ci preoccupiamo di calcolare le kcal di quello che mangiamo e tutto il resto, non vogliamo davvero uscirne. Dovrebbero lasciarci i nostri tempi, e i nostri spazi, per quanto poco spazio desideriamo occupare. Ha risposto che ho incredibilmente ragione. Poi io sono andata a fare il turno per preparare il tavolo e lei a fumare. Mentre aspettavo che salisse il carrello sono tornata in soggiorno, Alessia era di nuovo sul divano. Si è alzata e mi è venuta incontro, ha aperto le braccia e mi ha stretta forte. Quando ci siamo staccate mi ha sorriso, ho ricambiato.
A cena minestra, pollo, carote, mela verde ( tot circa: 305 kcal). Mi sembrano poche, però boh. Va be’ solita cena con l’ansia, con l’operatrice Betta che fissava. Odio. Odio. Odio.
Finito di cenare era già quasi l’ora, per me, di andarmene. Ho salutato Alessia, con un abbraccio e un “auguri” per domani, ha gli esami di terzo superiore. Sono uscita salutando tutte. Bus, strada, porta di casa. Domani non posso neanche andare a Milano, dopo la lite di oggi mia madre non mi da i soldi.
Domani scuola, sperando di non far danni durante la giornata. Dovrò tornare al centro lunedì.
E’ lunghissimo ‘sto post, ho anche saltato dei pezzi, non è neanche il massimo e non ho ricontrollato eventuali errori. Stacco, faccio lo zaino, parlo con mia madre che è appena arrivata e vado a dormire.
Buonanotte.
©GiuxB.
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