giovedì 7 giugno 2012

Dopo giorni di silenzio (seconda parte)

Quando l’infermiera mi consegna il certificato che userò per salvare l’anno scolastico dalle troppe assenze, tra la calligrafia quasi indecifrabile, leggo l’ultima cosa che avrei voluto leggere. “..è affetta da disturbi di personalità con bulimia nervosa..”. 
Le voci entrano in massa. Sono blu. Sono sporca. Mi chiamano bulimica perché sono grassa, mi chiamano bulimica perché mangio. Si, in effetti ultimamente è da bulimica la mia condotta alimentare, ma non posso fare a meno di pensare che se smettessi di mangiare del tutto, come prima, allora tornerei pura e rossa
Gli occhi mi si riempiono di lacrime e mi cala il buio addosso. Sono al centro, in salotto, seduta sul divano. Alcune parole restano indecifrabili, ma l’unica diagnosi che hanno fornito sul mio conto è questa. Non sono degna di indossare il braccialetto rosso. Non sono riuscita neanche a tenermi ciò che volevo, la leggerezza, il vuoto nello stomaco. Mi vedono mangiare, mi vedono grassa, mi vedono ma non mi ascoltano. Perché è come se tutto ciò che ho raccontato loro non fosse mai stato detto. 
Non devo far notare che piango, mi farebbero troppe domande ed io voglio stare da sola, avrei solo bisogno di quella stretta che sa darmi tutta il respiro necessario. Quella stretta che riuscirebbe a rendermi immortale. Lo leggo, lo rileggo, una, due, tre volte, lo poso, lo rileggo saltando le parole che non riesco a decifrare. Sono arrabbiata. 
Chiamano per lo spuntino, succo alla pesca. In preda a mostri più grandi di me, conto. 53 kcal che scendono giù come se fossero sassi. Lo stomaco, la gola, mandano il segnale del non bisogno di cibo. La testa. Le voci. Non devo, non devo. Grassa, grassa, te l'avevo detto. Mi sale l’ansia, continuo a piangere trattenendomi e torno in salotto più presto possibile. Quando la Tati va via la saluto nel modo più naturale possibile. Come al solito, non mi vede davvero. 
Nel frattempo ho già mandato la richiesta d’aiuto. Non voglio ritrovarmi a non lottare più già da principio, perché se non ne avessi parlato, mi sarei ritrovata a rifiutare la cena. Non ho voglia di mangiare, non voglio mangiare ed è colpa loro. Ho voglia di dimagrire, di raggiungere il primo obiettivo (45 kg), poi il secondo (42 kg), il terzo (40 kg) e quello finale (38 kg). Vorrei buttarmi tra le sue braccia a piangere, ma lui è lontano e devo aspettare sabato. Vorrei che mi rassicurasse, come fa sempre. Che mi liberasse subito da queste voci che continuano ad urlare sopprimendomi tra grasso/sangue/lacrime/schifo, schifo, schifo. Ma è riuscito definitivamente, almeno, a farmi pensare di doverne uscire. Di dovermene fregare. Ma quando qualcosa è più grande e forte di me, la maggior parte delle volte prende il sopravvento. E ‘stavolta, per ora, non posso permetterglielo. Ho fatto una, due promesse, le manterrò. Mangerò, proverò a lottare e ad accettarmi. Ancora per oggi non mi ha liberato, ma so che lo farà al più presto. Non so cosa mi dirà, ma so che riuscirà a farmi star meglio come sempre. Ancora lotto tra le varie voci, il bene, il male, dovresti, non fai, devi, grassa, vacca, dimagrisci, stupida, ce l’hai fatta, non puoi, devi. 
Lo so che non sarà facile. Non è facile. Ma per ora devo uscire dal meccanismo di autodistruzione. Voglio sentire la calma ed il cuore battere. Voglio sentirmi serena come mi sentivo prima della loro ennesima prova: non mi vedono, non mi sentono, non mi ascoltano, non mi aiutano. Per colpa loro ho passato il resto della giornata avvolta nel mio solito uragano, tra la nebbia, il buio, la non-speranza, il silenzio nei confronti della gente.

Ecco ciò di cui parlavo nel post precedente. E’ questo, in pochi dettagli, che ha fatto riemergere le lacrime che sanno di sangue e dolore, accompagnate dai vari mostri e dalle varie voci.

©GiuxB.

Dopo giorni di silenzio.


Quando ho troppe voci in testa, troppi pensieri, mi riesce ancora più difficile prenderli e scaraventarli fuori tra fogli, pixel, inchiostro o giudizi. Sono troppi e non riesco a suddividerli in categorie. Bene, male. Forse, potrei. Alcuni si nascondono nelle fessure più piccole affinché io, molto più grande, non possa acchiapparli. Allora me li tengo dentro. Mi popolano, come un condominio piccolo e troppe famiglie. Chiasso, disastri, confusione. Tutti si lamentano. Nessuno fa le valige e libera il posto. Grattano le pareti perchè stanno sempre più stretti. Si riproducono. Fuori io non ho tempo per concretizzarli. Non ho tempo, voglia, soddisfazione verso quelle poche parole, due righe massimo, che quando provo riesco a a tirar fuori. Così sto giorni senza scrivere. Piena fino ad essere, paradossalmente, vuota. Perchè più sono e più pesano, più una parte che va via via crescendo di te non è concreta, non toccabile, non esiste per la realtà. Neanche una scatola di "moment act" riuscirebbe a farmi passare il mal di testa. Forse, però, li farebbe tacere definitivamente. Dovrei fare dieci cose, non ne inizio neanche cinque. Durante il caos però ho così tanto bisogno di buttarle fuori che alcune sono costrette ad affacciarsi alle finestre, così vado alla ricerca di qualcuno che potrebbe ascoltarmi, senza giudizio. O forse si, ma va bene comunque. Lascio pezzi di me nella testa di chiunque. Solo con lui però vado a fondo, dico davvero tutto quello che penso su ogni cosa e non solo quello che so vorrebbe sentire. Con lui mi svuoto davvero di tutto quel caos, liberando posti, facendo si che gli eco cessino, tra i corridoi della mia mente. Un respiro. Un cuore che batte senza respiro è ciò che fa di me un essere non vivente davvero. Avrei bisogno di un lavaggio al cervello/mente/memoria, così potrei ricominciare da capo. Provarci senza chiedermi perchè sono così. 
Nei giorni precedenti Alessia dice che sono dimagrita. Lo dice anche una donna che non vedevo da un po'. Io non riesco a vederlo. Neanche la bilancia rotta di cui ho deciso di non fidarmi più. Alessia dice che lei sarà i miei occhi, io sarò i suoi.
Serena parla con me più del solito, mi fa anche la tinta. Mi fido di lei. Non mi sento giudicata, con lei. I suoi occhi azzurri e grandi mi danno tanta sicurezza. Le dico cosa penso di tutto, lei dice che si, se prima non passo il "periodo brutto", quello davvero buio, non potrò mai uscirne davvero. 
Entro, esco e di nuovo entro da quella porta, salgo le scale, abbasso e spingo la maniglia. Le saluto, mi salutano. La solita routine. I soliti pasti, conto, conto, conto. Il braccialetto rosso nuovo che ho comprato attende in pezzi di piccole palline dentro l'astuccio colorato che io mi decisa a trovare un filo adatto a ricomporlo, farfallina di quello vecchio inclusa. 
Inizio a respirare quando parlo con lui, perchè non trattengo proprio nulla dentro. Lavaggio del cervello. Lui mi salva, ci riesce. Lui è quel poco che basta per non fare arrendere i medici. Perchè non stacchino la speranza/spina e dicano che ormai non possono più fare niente. Smetterebbe di battere anche il cuore. Ma batte. E quando batte, la voce tace. Come Capitan Uncino che scappa al battito della sveglia all'interno del coccodrillo. Parlo, parlo. Io e lui insieme possiamo farcela a smettere di autodistruggerci per colpa dei mostri che in testa ripetono con le nostre stesse voci che siamo inadatti, inadeguati, non abbastanza, inutili. Guardarci allo specchio e vedere due mostri, letteralmente lo specchio di ciò che portiamo dentro. Possiamo salvarci a vicenda. Possiamo tornare, insieme, quelli che eravamo quando il parere del mondo non ci pesava. Senza maschere. Possiamo, come dice lui: "levarci la maglia". Ed ecco che mentre parlo cose che affermavo senza dubitare anche solo due ore prima, quando le dico, non le penso più. Non credo davvero più che sia l'unica soluzione. Come se potessi guarire e far sparire i sintomi dalla mia cartella personale. Sbatterli tra i ricordi. Ma prima o poi so che torneranno. Ci provo, ora, a vivere e non contare. Ma la consapevolezza di non aver raggiunto l'obiettivo mi porterà sicuramente ad aprire il vaso di Pandora, troverò la chiave della porta sigillata la cui soglia non avrò varcato da anni, mangerò di nuovo la mela avvelenata, quella che peserà, quella che peserò. E ricomincerò peggio di prima. O forse ne uscirò quando sarò passata, come lo chiama Serena, dal "periodo brutto". Ma per ora voglio provarci. Posso farcela. Dopo aver parlato con lui sentivo dentro di me solo il battito, il mio. Per me, per lui, per noi. La canzone dedicata, quelle parole che come sempre hanno fatto tacere le voci. Dopo aver parlato con lui ero libera. Sentivo dentro come l'immagine della serenità, un prato verde, tanta aria e cinguettii. Come la primavera. La calma. La rinascita, anche se forse il ciclo sarà lo stesso, non faccio a meno di riprovarci. Però non lascerò mai sole tutte le altre ragazze perse tra i numeri, non le lascerei mai a pensare che io possa "sputare sul piatto dove ho mangiato" o meglio, non mangiato. Mi sentirò un fallimento nei loro confronti, nei miei. Perchè loro hanno raggiunto e io no. Ed è questo che urlano le voci quando tornano. Il giorno dopo la liberazione/ragione/salvezza/aiuto avrei voluto parlarne al centro. Dire che lui fa molto di più in pochi istanti di quello che di 'sto passo faranno loro in due/tre/quattro, infiniti anni. Ma di tutte le persone che dovrebbero curarmi, nessuna ci riesce. Li vedo tutti solo come gente pronta a sbattermi addosso etichette, diagnosi, medicine, numeri, giudizi, falsi sorrisi, false parole. Quindi non ne parlo con loro. Ovviamente, Alessia è il mio punto di riferimento li dentro. Durante il giorno cerco di non contare, cerco di non pesarmi sulla bilancia rotta, cerco di fregarmene. Ma a volte non riesco perchè è diventato un meccanismo automatico e anche se penso "non pensarci" è ovvio che io in realtà ci stia pensando e mi stia preoccupando eccome. 
Ieri poi quando mentre pranzavo un'infermiera ha detto che mi avrebbero visitata. Il boccone che stavo mandando giù ha preso a scivolare lentamente, i seguenti ancora più lentamente. Pensavo ai numeri alti che avrebbero visto mentre le voci si facevano largo tra prati verdi e libertà. Tra qualche settimana avrebbero visto che i numeri si sarebbero abbassati. E via con le ramanzine, castighi, obblighi. Ma non mi hanno pesata perchè c'era una gita ieri pomeriggio. Io ci metto troppo a mangiare e la dottoressa doveva andare via. 
Sono giorni di fila che parlo con lui, ci scriviamo. Mi fa stare bene, mi sento meno sola, mi manca un po' meno di quanto mi mancherebbe se non ci fosse. Le voci non tornano. Magari nel frattempo capisce davvero che per me è più che abbastanza e nessuno ha il diritto di fargli credere che non lo sia. Possiamo salvarci. Dobbiamo salvarci. Settimana prossima inizierò a leggere un altro libro. Al più presto vedo di scrivere le lettere, anche se in ritardo, per il compleanno di Davide e Matteo. Sabato Milano. Mercoledì tutto il giorno con lui. Non vedo l'ora. 
Qualche dettaglio l'ho saltato, non importa scrivere tutto ciò che è già stato fatto e che chi deve sapere sa. Sono calma e sto bene. Anche se il parere degli altri non mi è indifferente, le lacrime non rigano il mio volto dalla sera in cui lui mi ha dedicato la canzone. Erano lacrime che non facevano male, quelle che sanno di sale e vita e non di dolore e sangue che spero non tornino presto. Un battito, due battiti, ritmo cardiaco. Un respiro, due respiri, respiro grazie a lui. Non vivo, non può rivivere ciò che muore , ma almeno posso provarci. Ci provo. Ora, mentre scrivo, ricopio me stessa dai fogli disordinati che ho scritto 'stamattina a scuola. Sono al centro tra una lacrima e l'altra, per una cosa di cui scriverò 'stasera. Cerco di non farmi vedere. Le voci sono tornate e anche le lacrime senza sapore di vita, purtroppo, come 'stasera leggerete. Ma cerco di non darmi per vinta. Al segnale d'allarme, sono corsa a chiedere aiuto a l'unica persona che può scacciare via il male. Purtroppo non posso rifugiarmi tra le sue braccia in questo momento, perchè la lontananza divide fisicamente. Lui. 

A 'stasera. 


©GiuxB.