mercoledì 30 maggio 2012

Martedì 29 maggio 2012


La terra si smuove. I mobili, le finestre, la scrivania, il divano, io. Mia sorella che mi chiama: "Giusy, il terremoto!" Apro gli occhi, sono sul divano. Non so che ore sono, ma più o meno è ora di pranzo dato che mia sorella come al solito guarda sempre gli stessi programmi alla tv, sdraiata sul letto. Non sono andata a scuola, non andrò in comunità. 
Mio padre torna da lavoro, fingo di dormire per non beccarmi la ramanzina. Ma come le placche della Terra di scontrano, il mio polpaccio viene colpito dalla scarpa, dal piede che contiene, mentre mia madre informa mio padre del mio non essere andata a scuola e del mio non voler andare al centro. Lui mi solleva e mi dice di andarmene fuori di casa, di non tornarci più. Esco, faccio un giro, sono persa, ho paura, non so dove andare. Prendo il treno? Vomito li dietro il mais che è stato il mio pranzo? Vado al centro? Vado al parco? Qualche minuto dopo vedo passare l’auto di mio padre, ma lui non mi vede. Mi sta sicuramente cercando. Paura. Cosa mi farà? Torno a casa ma non entro nel condominio, suono, una, due, tre, quattro volte, ma mia madre dice che non gliene frega nulla e che mi arrangio. Vedo mio padre rientrare nel vialetto. Paura, timore, paura, paura, paura. Mi afferra, mi butta in macchina. Chiama mia sorella e mia madre, scendono, fa salire di fretta anche loro. Sembra un qualcosa senza controllo, capace di commettere un omicidio, la sua famiglia, come le disgrazie, gli attimi di follia di cui si sente parlare al telegiornale. Temo di essere il prossimo nome nei titoli di Studio Aperto. Io, mia madre, mia sorella, mio padre infine suicida per essersene pentito. Minacce, minacce, ma lo so che è la follia del momento. Non mi sgozzerebbe, forse. Non mi picchierebbe davanti a loro, forse. Non mi scannerebbe, forse. Non mi sbatterebbe a calci nel culo attraverso la porta fino a farmela sfondare, forse. E tutte le restanti parole avvelenate che sputa fuori mentre l’auto si dirige al centro dove dovrei trovarmi in quel momento. 
Scendo dalla macchina, mi stringe il braccio così forte che temo si spezzi, se non fosse per il grasso che ancora lo ricopre, si spezzerebbe sul serio. Saliamo le scale, è ancora in collera piena. Ma come non detto davanti alla Tati si calma. Io piango, stringe più forte. Parlano, devo stare li. E blablablabla. Quando se ne vanno io non ho il coraggio di entrare in lacrime così ridotta e farmi vedere dalle altre. Penso ad Alessia, penso di poter chiedere che per ora venga avanti solo lei, ma non lo faccio e la Tati mi dice di andare con lei almeno in soggiorno, tanto le altre stanno pranzando. Sul divano mi stringe e mi fa piangere, odio quando mi stringe, odio piangere davanti agli altri, parla, parla, io parlo, parlo trattenendo più che posso i lamenti. Un mucchio di parole tra i miei singhiozzi e le sue strette che non fanno altro che farmi soffocare ancora di più. Deve essere passata mezz’ora e finalmente mi calmo. Mi porta in bagno, ottimo trucco waterproof ed i danni sono limitati. In cucina il saluto delle altre, che ho pianto si vede. Mi accorgo subito che Alessia non c’è.  Avrà un altro esame, chiedo: infatti. Ho chiesto a Serena che sta intrecciando i fili di uno “scoobydoo”, di quelli grossi che mi ricordano quando anche io da bambina viva mi divertivo a farli. Penso anche che potrebbe essere un passatempo per non annoiarsi e quindi non cedere alla voglia di mangiare. Quando poi mi siedo in salotto e la vedo avvicinarsi a me sorridente e pronunciante un: “te lo regalo”, allungo la mano verso quel piccolo oggettino, la ringrazio, sorrisone e lo stringo forte. Credo che lo aggiungerò alla lista delle cose che non posso assolutamente perdere.  
C’è cineforum oggi pomeriggio, il film “quasi amici” mi tira un po’ su l’umore, ma non abbastanza. 
Durante la giornata non so chi abbracciare, non so con chi parlare davvero, mi rendo conto che  quel posto senza Alessia per me è vuoto, nessun punto di riferimento stabile. Chiedo se almeno torna per cena. Torna, evviva. Più tardi, quando la vedo entrare dalla porta mentre porto i piatti pieni di cibo al posto di ognuna, sorrido. Finalmente è arrivata. Ho già precedentemente sistemato le nostre tovagliette vicine, così potrò averla accanto a cena. Mangiamo, insalata di pollo con pezzi di formaggio e qualche altra schifezza che non so cosa sia, cavolfiore ed il solito panino integrale che se lasci troppe briciole devi mangiare anche quelle. Poi esco in balcone con Alessia, forse qualcun’altra ma non ho bene presente chi. Parliamo, poi purtroppo è ora di andarmene. La saluto, bacio in guancia ed una stretta forte.
Prendo il bus, anche se qualche minuto prima sono convinta di perderlo apposta per andare a piedi fino a casa, perdendomi, senza cellulare perché mio padre nella furia non mi ha dato il tempo di prendere nulla. Vorrei fargliela pagare ma poi penso che andrebbe solo a mio discapito, quindi torno a casa. Non scrivo appena tornata, ne dopo dieci minuti, ne dopo due ore. Ho troppo mal di testa e la cena prega per uscire da dov’è rientrata. Non esce, al posto suo le lacrime escono eccome. 

©GiuxB.

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