Paranormal bones.
giovedì 8 novembre 2012
chiudi gli occhi e ascoltami nel buio
Devono smetterla. Devono lasciarmi in pace. Devono smetterla. E quello che faccio è sbagliato, quello che non faccio, quello che potrei fare, quello che dico, quello che non dico, come dovrei essere, chi dovrei essere. Iniziano pure di prima mattina. Mi urtano, mi irritano, mi fanno schifo. Ad iniziare da mia madre con quella cazzo di sveglia di merda. E la sua voce del cazzo. Pure quando parla da sola nel sonno o si alza di scatto, le strapperei le corde vocali e l'apparato respiratorio tutto intero. Non sopporto la sua voce. Ancor meno il fatto che io l'abbia sentita parlare normalmente rare volte. Urla sempre. In qualsiasi occasione. Urla per tutte le sue lamentele del cazzo e mi urta l'anima anche mentre nessuno se la sta filando ma lei continua e continua e continua. Mia sorella che non si vuole alzare perchè io sono a casa e vuole rimanerci anche lei. Sono stanca ed è appena iniziata la giornata, e prima di tutto ciò altre cose che mi hanno fatto girare i santissimi nervi, ma racconterò dopo. Mia madre che si lamenta, che urla, che muove le mani, che sbatte i denti. Mentre urla ho gli occhi chiusi e dopo una notte insonne cerco di dormire. Mentre urla visualizzo la sua immagine. Quei capelli corti, neri, crespi, schifosi, quella lingua tagliuzzata, quella gola che anni ed anni fa ingoiò candeggina per poi essere liberata dalla fatidica "lavanda gastrica". Quella voce, quel respiro, le sue labbra, i suoi occhi, i suoi modi di fare schifosi. Urla, mi tappo le orecchie, i lascio sfuggire "ma basta, stai zitta un po' e fammi dormire". Ed inizia a lamentarsi anche con me, a dire che non è la schiava di nessuno, a dire che non ne può più di fare 'sta vita di merda, rinfaccia, mette di mezzo cose che non c'entrano. "Non solo tu hai il diritto di soffrire" penso. Ma sto zitta che è meglio e premo forte, schiaccio forte le dita contro le orecchie. Gli occhi sono aperti. Guardo in basso e lei si muove. Vedo i suoi piedi ma non sento nulla. Solo il mio battito. Penso che in momenti così, è dannatamente rilassante la momentanea sordità, il silenzio, la calma. Ma interrompo, le dita, le orecchie mi fanno male e cedo pian piano. Inizio a sentire tutto. odio i rumori. Odio. Odio. Odio. Mi strapperei la pelle, mi strapperei i capelli, mi strapperei la testa, mi strapperei il cuore. Inizio a sentirli tutti. Mia sorella che poggia i pieni per terra. La mano pesante di mia madre sul cuscino. L'acqua che scorre. Mia sorella che scarta una merendina. Accartoccia l'involucro. Apre il cestino della spazzatura. La carta che tocca gli altri rifiuti. Mia madre che deglutisce. Uno biascicare. La voce di mia madre. Poi quella di mia sorella. La spazzola che dopo essere stata usata viene posata con forza sulla lavatrice. Mia madre che alza la tapparella della cucina. L'anta della dispensa che sbatte. Una cerniera che si chiude. Uno biascicare. Il mio respiro. La mia schiena pressata contro il divano. La voce di mia madre. Piedi che sbattono. Mia sorella che si lamenta. Rumori. Rumori. Rumori. Dentro, fuori, attorno a me. Dappertutto. Non li sopporto. Mi viene da urlare. Vorrei urlare. Vorrei piangere, sto per farlo. Stringo i denti. Non devo. Scaravento dentro le lacrime. Le incateno. Tra pupilla, iride, cornea e realtà. Non lascio che sfuggano. Tengo le mani sui capelli. La goccia che fa traboccare il vaso. Altri biascichi. Altre parole. Un'altra carta di merendina pressata dentro lo zaino. Aiuto. Andatevene. Andatevene. Non riesco più a controllarmi. La mia voce emette un lamento soffocato. "Dai però, andatevene" dico a bassa voce. I passi si avvicinano alla porta. La chiave nella serratura. La mano sulla maniglia. Le rotelline del carrellino dello zaino contro il pavimento. Non ne posso più di tutti 'sti rumori. Persino i miei capelli che strisciano contro i cuscino. La porta che sbatte. La chiave nella serratura. Le loro voci nel corridoio. I loro passi. Le scale.Il portone metallico sbatte. Il silenzio. Sono ancora nervosa, mentre sopportavo tutto ciò pensavo alla possibilità di prendere ed in un raptus di follia: tagliarmi le vene. "Avete vinto voi", scriverei. Oppure "Game over" per me. Abbandono il pensiero. Appoggiare il braccio sul fornello acceso? Così, per non sentire niente? Abbandono anche questa per dei motivi precisi. Ho ancora delle cose da fare e non posso permettermi di arrendermi. Io non mi arrendo, non mi do per vinta. Non so cos'ho. Non so perchè ogni minimo rumore prodotto mi dia fastidio qui. Soprattutto in 'sti momenti. Inizio a non sopportare neanche quello delle mie dita che sbattono contro la tastiera. Il mio braccio che sfrega contro il piumone che ho addosso. Ho dormito si e no due ore. E la giornata, com'è finita in: paura, beh, è iniziata. Ma come ho detto prima, preferisco raccontare dopo la parte che riguarda mio padre. Fatto sta che appena quelle due sono uscite di casa, non sapevo cosa fare e per non rischiare la scatoletta colorata o di buttarmi su altro cibo oltre quello già consumato come colazione per finire quindi sullo "specchio d'acqua", ho afferrato questo aggeggio, l'ho acceso tremante, ho digitato la password e mi sono catapultata a scrivere. Ah, mi sa che oggi scriverò dei vari ricordi che mi sono tornati in mente durante la notte ed anche prima. Ma che ne so cos'ho, sono pazza? schizzata? Perchè non sopporto nulla? Prima ho pensato, tanto per rimanere in tema "cause dell'insonnia" che per me non è un "tutto scorre silenziosamente", per me ogni cosa fa chiasso, casino, caos, rumore, striduli come quello delle unghie raschiate sulla lavagna, come la forchetta raschiata sul piatto. Anche nel silenzio c'è rumore assordante. Anche in uno sguardo. Anche nel cielo. Anche nel cuscino prima di dormire. Anche i muri, i muri, i passi dei vicini, il letto di quelli al piano di sopra. Anche in un gesto. Anche in una ferita. Anche in una lacrima. Anche in un urlo soffocato. Un urlo che c'è, ma si sa che l'essere umano sente solo i rumori, i suoni più rilevanti, gli altri passano in secondo piano, per non parlare di quelli che appunto, neanche possono essere percepiti. Un esempio, banale direte? il fischietto per i cani.
Eppure giurerei, giurerei di sentirle le anime urlare. Di sentire la mia, di sentire la loro, di sentire tutte quelle urla, tutti quei rumori preclusi all'udito di tutti. Di sentire il dolore, di sentire. Sentire, sentire con tutti i sensi. Magari per qualcuno, magari per tutti, tutto ciò che dico non ha senso. Anche il titolo ha senso, ha tantissimo senso, significato, ma come al solito il mio è un: chi vuole intendere intenda.
©GiuxBones.
mercoledì 7 novembre 2012
reminescenze che uccidono
Stringo i denti e di nuovo non piango. Un film scorre in tv, attori che recitano in vite che non sono le loro. Un po' come me. Lo stesso film che mi scorre spesso in testa: "la prossima vittima", il titolo. Una ragazza uccisa definitivamente da un enorme oggetto di vetro, trasparente, in un modo cruento, mentre chi teneva a lei può sentirla agonizzare, può sentire le sue urla, soffocate e non. La prima volta che lo vidi ero piccola in quel divano verde. La copertina che mi piaceva tanto e che alla fine mia nonna mi aveva regalato, mi copriva. Non c'era mio padre a tenermi tra lebraccia sulla sua poltrona, era già andato a dormire. Ero a casa mia. I miei giochi, i miei desideri, la mia cucina, le mie foto, i miei spazi, il mio giardino. Mia madre a fianco a me. Mia sorella era già nata e mio zio già un ricordo. Io mi stupii nella scena del funerale della figlia, dove la madre si lascia sopraffarre dal divertimento nel vedere un'anziana signora scivolare su un giocattolo. La scena dove la bimba rimasta macchia un cuscino con del gelato, chiede aiuto ed il padre, si, credo sia il padre, lo lava. La disperazione della madre, perchè l'odore della figlia defunta sul cuscino non potrà sentirsi mai più. La prima volta che lo vidi, tutto questo, seppur simbolicamente, non era ancora entrato a far parte di me, o meglio, non potevo ancora accorgermene. La prima volta che lo vidi nessuno aveva ancora fatto si che qualcosa di trasparente ma pesante interrompesse tutto. La prima volta che lo vidi mio padre mi teneva ancora tra le braccia, anche se a volte si comportava male, mi teneva ancora tra le braccia. "La vita continua" dice lei dopo che chi ha ucciso sua figlia viene assolto. Ma se la vita non è mai iniziata? Ogni ricordo bello che ho, più ci penso e più ci vedo dentro fantasmi, mostri nascosti, illusioni, falsità, schifo. Così non ho più ricordi belli. Neanche la mia copertina. Ora ha un taglio di lato, eppure la uso ancora. Eppure appena io mi sono danneggiata, nessuno ha continuato a starmi accanto. Mi chiedo sempre, ricordando appunto quel film, se io morissi, a chi importerebbe? La prima volta che vidi quel film, l'orologio a pendolo sulla parete oscillava e batteva ogni ora, si fermava ed aveva bisogno della sua chiave per far si che continuasse. Stringo i denti e di nuovo non piango, guardo indietro e vedo solo fango.
©GiuxBones.
©GiuxBones.
lunedì 29 ottobre 2012
Non sono solo lettere, ci sono pezzi di me anche tra le righe, in trappola.
Ieri è andata a finire davvero male. Con un mio urlo soffocato. Il fatto è che non provavo dolore fisico. Tutto per un "vi farò vedere io" di risposta da parte mia alle sue cattiverie quali "obesa, fai schifo" e blabla. Un "vai a fare la madre preoccupata da qualche altra parte" a mia madre. Il fatto è che è pure convinto quando dice che mi manderà in manicomio, quando dice che do solo fastidio, che sono inutile, che devo andarmene e tutto il resto (troppe cose). Quando poi mi ha lasciata stare e continuava io placavo il nervosismo e l'istinto di ucciderlo con le mie stesse mani mordendomi davvero forte. Non potevo ricorrere alla scatoletta colorata date "mia madre e mia sorella" in casa. Ora si comportano tutti come se non fosse successo nulla. Ma ancora più di tutto, ciò che faceva più male era il non aver nessuno con cui parlare, qualcuno che mi risollevasse un po' il morale, boh qualcuno che mi dicesse qualcosa anche senza senso, che mi parlasse e basta, qualcuno da poter cercare davvero nel momento del bisogno. Mi sono addormentata tra le lacrime e..sola. Avevo bisogno di sentirmi meno sola. Ascoltata. Almeno un po'. Ma ha ragione Davide, a dirmi che "Ci sono cose che non puoi delegare, fardelli che non puoi appoggiare anche solo per poco sulle spalle di qualcun altro solo per riposare i piedi doloranti. " Il fatto, poi, è che solo con una persona avrei voluto/potuto parlare. "Sto bene io, sto bene." Più lo ripeto e più mi sembrano solo stupide, insignificanti, futili lettere, per questo vario e dico "normale" quando voglio esser sincera, omettendo però cosa ci sia dietro/dentro. Non ho nessuno e mi viene da piangere anche adesso. Ho paura ma non sono paralizzata, vedo la gente camminare, parlare, dire, fare, fingere, mentire, ridere, vivere, vedo la vita degli altri scorrermi davanti, vedo/sento/ascolto/capisco ciò che una persona vuole dire, urlare, provare, ciò che una persona è. Lascio che li poggino, quei piedi doloranti. Anche al mio peggior nemico presterei attenzione, ascolto. Anche agli sconosciuti permetto di fare di me un punto di riferimento, qualora ne avessero bisogno. Tutti hanno bisogno di qualcuno che sia disposto a vederli per come sono davvero e non per le parti che recitano ogni giorno. Quando però sono io ad aver bisogno di due braccia tra le quali piangere non trovo nessuno. Le lacrime spingono sempre più. Vedo il mondo, la tv, gli animali, le vite scorrermi davanti, anche la mia, non sono paralizzata, corro per inseguirla, non la raggiungo mai. Farebbe bene ogni tanto essere io quella di cui qualcuno si preoccupa. Avere qualcuno che a me ci tenga, qualcuno per cui essere importante, qualcuno che mi chieda come sto interessandosi davvero, anzi, che me lo veda negli occhi e che mi stringa forte, senza dire nulla. Qualcuno che mi capisca. Qualcuno per cui non essere un peso. E non volesse dirlo al mondo, che lo dimostri almeno a me. Chiedo troppo, mi spiace. Non so neanche perchè mi sono sfogata qui, sono pur sempre davanti ad un qualcosa alimentato da corrente elettrica, schermo dieci pollici ed una scheda madre a fare da cuore. Davanti a dei pixel che non sanno ascoltare, abbracciare, tenere per mano. Solo formare, dar forma al mio provare a buttarmi fuori. Ma più mi butto fuori, più mi accorgo di quanto sia sbagliato, di quanto io sia sbagliata. Perchè ciò che sono rimane intrappolato tra nero e bianco, non può essere preso per mano, non può essere rassicurato, non può essere salvato. Quando spegnerò questo aggeggio, altri più piccoli o più grandi potranno leggerlo, ma saranno pur sempre emozioni, sentimenti, pezzi di me che gli altri vedono come solo lettere, solo parole, eppure non lo sanno che per me vale tanto riuscire a dire qualcosa di vero, di mio, almeno una volta. Avere l'illusione, ora, di aver parlato a qualcuno, di avere qualcuno. Tutto questo fa schifo, fa schifo. Vorrei avere la possibilità di premere l'interruttore del dolore anche io, ogni tanto. Vorrei premere l'interruttore e annullarmi. Vorrei poter premere l'interruttore qui ed andare/parlare/vivere(etc.) guardando qualcuno dritto negli occhi, senza vederlo, attimi infiniti dopo, andar via, scappare, ignorarmi.
©Giux.
lunedì 22 ottobre 2012
ho bisogno di certezze, quando non ho più carezze
Lasciarsi quindi consumare dall'orgoglio o essere forti ancora una volta? Prendendosi il vuoto pesante, il mal di testa, la confusione, i dubbi, il trucco colato e gli occhi rossi? Sorridendo davanti a tutti, piangere davanti a nessuno? Non so esattamente cosa scriverò qui, lascerò semplicemente che le dita scorrano sulla tastiera raccontandomi, osservando un po' alla volta, con i miei occhi ancora, quanto sia incredibilmente facile per il nero sporcare il bianco. Sarò anche confusa, senza seguire nessi logici. Parto con la frase iniziale, la stessa che dentro ha altre millemila parole non vuote. Come tutte quelle della gente tranne Davide, penso. Mi guardo indietro ed è incredibile quante persone dicevano che ci sarebbero sempre state, che mi volevano bene e me ne avrebbero voluto per sempre, io ero importante, io ero una bella persona, io questo, io quello, loro qui, loro al mio fianco. Anche io, a dodici anni circa, facevo lo stesso errore con tutti, una parola detta provandola ed una detta per cortesia avevano ovviamente un valore diverso, ma la stessa forma. E se non impari a conoscermi, a vedermi dietro ciò che fingo di essere, non riuscirai mai a cogliere l'essenza di ciò che sono. Adesso guardo indietro, ma posso guardare anche avanti e continuare a vederli lo stesso, quando mi passano davanti e nessuno, nè me nè una persona a caso tra quelle, facciamo un cenno di saluto. Come se non ci fossimo mai conosciuti. Il fatto è che non me ne frega un cazzo, merito dell'abitudine e del mio essere orgogliosa. Non mi fido. Ed ogni giorno sempre più ho la conferma di quanto io faccia dannatamente bene. Con il tempo, ho fatto si che mi fosse possibile costruirmi attorno un'armatura tutta mia, sbagliando forse, per una volta pensando a me stessa, strano, menomale direi a 'sto punto. Quando lo sono non sono la classica persona cattiva, sono perfida e crudele, ferita allo stesso tempo, vera. Dannatamente vera in ogni minimo dettaglio. Mi è facile, dato che nessuno si sforza di guardarmi davvero. In realtà si capisce quando fingo, si capisce quando è cortesia, si capisce quando invece lo provo sul serio. Parole diverse; emoticon, anche; sguardi fissi; smorfie. Sono vera in ogni cosa che faccio. Metto me stessa anche in punto, in una virgola, in un gesto. In un "mi piace", pure quello. Ho messo me stessa anche in un titolo che apparentemente non c'entra niente con il contenuto del post. Sono stanca di sentire sempre la necessità di dovermi spiegare, di sentirmi non capita, di essere sempre io quella che deve adattarsi e mai gli altri. Per questo, con il tempo, sotto questo punto di vista sono cambiata radicalmente. Adesso, seppur io rimanga sempre quella persona che si sforza di capire, di non dare per scontato un comportamento altrui, ascoltare, capire, se permettete avrei un carattere anche io. Avrei anche io le mie necessità, i miei bisogni, i miei abbracci da completare, gli sguardi da evitare, il bisogno di qualcuno a cui parlare. Non odio, quello no. Odio è una parola grossa, pesante. Ho tanto odio verso me stessa che non me ne rimane neanche un pizzico per gli altri. Adesso lascerei volentieri che, ancora una volta come sempre, i libri e la musica esprimano e spieghino ciò che sento. A loro, a quelle parole, come già dissi, sento di potermi affidare. Ed è bello ritrovarsi fuori, conosciuta, almeno un po', almeno una volta. Mi mettono ordine dentro. Per ora però non è la cosa giusta, ho bisogno di sfogarmi senza farmi del male fisico. Lasciando anche, come accadrà, che gli argomenti si sovrappongano, di ricreare fuori la confusione che ho dentro. Ho le cuffiette alle orecchie mentre scrivo, una canzone scoperta oggi, "here I am" cantata da Marion Raven mi pulsa dentro da due ore ormai. Come al solito canzoni che capitano a pennello, questa poi è più che azzeccata. Con lo stesso titolo di un'altra, la differenza è che è per una persona soltanto. Mi accorgo che se lascio che smetta abbandonandomi ai rumori che ho attorno, tvrespiriportechesbattono, non riesco più a ritrovarmi. Premo play ancora una volta. Sono ad un punto di non ritorno. Vorrei spiegarmi in ogni mio dettaglio, ma continuo a sperare che qualcuno arrivi e riesca a dimostrare di conoscermi, sapendo anche, quindi, come dimostrarlo. Le persone deludono. Vado via, tranne per una. Le persone mi fanno arrabbiare, le distruggo lasciandoli a terra agonizzanti, tranne per una. Sono orgogliosa, tranne per una. "Occhio per occhio, dente per dente", tranne per una. E' questo l'amore, per una che muore. E' il pulsante caldo al centro del petto che non puoi far smettere di battere, altrimenti tutti i giorni passati diverrebbero giorni futili, inutili. E' questo l'amore, riuscire a sperare. Riuscire a provare. Riuscire ad abbracciare qualcuno e sentirsi a casa davvero, al caldo, completi. Senza respingere, senza non stringere. Guardarlo neglio occhi e non capire più niente. Stupirsidi se' quando si riesce a non scostare lo sguardo. Come al solito mi trovo a non trovare le parole, ad aver paura di inquinare un qualcosa di così bello con un qualcosa di così finto. Qui fuori. Quindi mi interrompo e non riesco a scrivere più. Ma devo provarci. L'amore che mi da la forza di non mollare, di continuare a tenerlo accesso, l'organo fisicamente piccolo quanto un pugno. L'amore che mi fa cadere, pieno delle sue presenze assenti quando si è distanti. Ma il male per me nei suoi occhi non riesco a vederlo. Sarò una stupida, un'illusa magari, ma non permetto che questa rabbia, questa delusione e questa me sbagliata vi si riversino. Anche se mi sento come se stessi cedendo. Io sono forte. In realtà, so bene quale altro motivo mi spinge a non cercarle le parole. Il fatto che vorrei che almeno l'unica persona che potrebbe conoscermi perfettamente, lo faccia. La cosa negativa ma che non essendoci non permetterebbe ciò, è che siamo dannatamente uguali in 'ste cose. E si, sono cambiata. E no, non in peggio. Perchè per una volta ho avuto il coraggio di non erigermi davanti una barriera, per una volta mi sono resa fragile, in tutto e per tutto. Umana in tutto e per tutto. Con dei sentimenti alla luce del sole. Come ho avuto il coraggio, grazie a lui, di guardarmi dentro e scoprirmi. E li ho, i coglioni che dice che affermo solo di avere. Lì ho perchè un altra al posto mio avrebbe gettato subito la spugna, un'altra al posto mio avrebbe lasciato che anche qualcosa di bello venisse oscurato dall'ipocrisia che domina. Sbaglio, a non spiegare nulla adesso. Sbaglio. Cambio argomento che è meglio, in realtà non è meglio però fa si che io non butti fuori davvero tutto. Quel che conta è conoscersi. Il prof di matematica dice che quest'anno sono nel mio mondo. Qualcuno mi dice che dovrei pensare un po' a me e non sempre agli altri. A me stessa dico che non ce la faccio a non aiutare il prossimo, magari con le mie stesse difficoltà, magari con difficoltà diverse. Faccio agli altri ciò che vorrei che qualcuno, almeno in parte, facesse a me. Nel bene e nel male. La sincerità, l'onestà, la verità. A voi dico che chiudo qui e smetto di scrivere e domani continuo. Il fatto è che per conoscermi bisogna leggermi tra le righe, non leggere lettere ma pezzi di me in ogni pixel che compone questo post. Il fatto è che mi fa male la testa. Il fatto è che mi sento come se una di quelle tante mine fosse esplosa proprio sotto i miei piedi e chi vuole intendere intenda come sempre. E per capirmi, il primo passo giusto è non guardare solo la me di adesso, ma anche quella di prima, in ciò che dicevo prima e che non è cambiato. In ciò che provavo prima e mi ha reso ciò che sono adesso. Pezzi di me che lascio ovunque, nella speranza che qualcuno li colga e li ricomponga, anche piccoli frammenti che messi insieme ne formano uno altrettanto piccolo, allo stesso tempo grande per me. E me lo dica. Mi dica, mi dimostri che è riuscito a vedere il mio volto, dietro la maschera che indosso.
©GiuxB.
©GiuxB.
venerdì 31 agosto 2012
Parte prima
Mi resterà sempre impressa nella mente quella giornata. Quel mercoledì. Ero una cavia, mi analizzavano, volevano tirare fuori chi sono, volevano che dicessi tutto di me così che loro potessero usare me stessa come arma. Illusi. Un'infermiera che voleva fare la carina ed una dottoressa dagli occhi azzurri e qualche capello biondo in testa, legati in una coda. Mi fissavano dai loro posti di comando e tentavano di tirarmi fuori tutta, fino alle budella. E se io non fossi un fottutissimo corpo? Se io avessi altro? Lo vedranno, pensavo. Poi, dopo un po' di bugie e qualche si o no, la domanda: "da quanto vomiti?", bene, inziamo: "verso giugno dell'anno scorso ho provato, però non riuscivo", le loro facce si rasserenano e tirano un respiro di sollievo, miss giudico chi sei impugna la penna e fa per scrivere, interrompo le sue convinzioni con lo sguardo freddo e tagliente che quando lo sento dentro gli occhi, permetto alle persone di vedere tutto l'inferno che c'è dietro: "poi ho imparato". Hanno davvero emesso un "aah" soffocato, colmo dell'odio che avevo mostrato, colmo della forza che avevo mostrato. Durante il resto della conversazione: bugie, bugie. Loro non vogliono sapere davvero chi sono, per loro sono solo un lavoro.
Torniamo ad oggi. Per quanto sia difficile restare nel presente: proviamoci. Ho capito se voglio scrivere qualcosa di poco confuso, devo dividere gli argomenti. Nella testa, fare ordine anche se è difficile e decidere cosa dovrò buttar fuori per primo. Iniziamo. Me stessa. Quante volte ho pensato a fare qualcosa per me stessa? Quante volte ho messo me prima degli altri? Quante volte ho evitato di descrivermi e spiegarmi solo perchè sapevo già che non mi avrebbero capita? Nessuno, a parte che c'è dentro. Non so perchè sento la rabbia crescere ed il ghiaccio farsi sempre più resistente. Potrei addirittura diventare un enorme cristallo. Brillerei alla luce del sole, senza sciogliermi. La rabbia cresce e mentre le butto fuori le parole mi appaiono taglienti, io, sono tagliente. Faccio del male alla gente ma la verità è che prima di fare del male a loro faccio del male a me stessa. Poi loro fanno del male a me ed io ricambio rimanendo fedele alla "legge del taglione". Occhio per occhio, dente per dente, solo che poi finisco per accecarli completamente o a strappargli via la mascella intera, così, tutto d'un tratto. La verità è che se proprio nessuno vuole descrivermi, se proprio nessuno vuole una fottutissima volta farmi sentire capita, se proprio nessuno mi capisce, io non tenterò di spiegarmi. Giochiamo secondo le vostre regole, è questo che volete. Così vi sarà facile credervi vincitori. Bene, avrete soltanto barato. Ingannato. A voi non frega niente di chi io sia in realtà. Non ve ne frega niente. Ebbe sia, sarò finta, ingannerò anche io le vostre menti limitate. Vi ingannerò, giocherò con voi, con i vostri pensieri. Sarò una squallida puttana che si diverte a dare pezzi di se ovunque e sapete qual'è la cosa migliore? Non sarò io per niente, non perderò niente perchè non sarò niente. C'è anche una cosa più bella: è da un bel pezzo che gioco al vostro gioco e con le vostre regole, l'avete voluto voi. Ovviamente non sono finta con tutti, non sono spietata con tutti, ci sono le eccezioni. A parte chi c'è dentro, loro due, lui, la mia migliore amica ed un altro amico, quello di cui parlavo nello scorso post e poi qualche altra persona che comunque non mi ha mai fatto nulla di male quindi mi fa indifferenza. Con questi ultimi mi comporto di conseguenza. Gli altri vanno a scatti. Non lo faccio apposta o per prenderli in giro, davvero a volte mi mancano e a volte no, a volte me ne frega e a volte anche se li vedessi bruciare non muoverei un dito. Ma anche le varie eccezioni a volte sembrano non conoscermi, solo che per loro farei di più. Soprattutto per loro due e lui, mi sacrificherei. Ed è normale che non mi conoscano completamente dato che io stessa do rare occasioni per farlo. E' che vorrei che lo facessero loro e se lo fanno che me lo dicessero. Ne ho bisogno. Io ne ho bisogno. So di essere complicata, ma il fatto è che dietro la facciata che sono costretta a portare, c'è solo una persona vera. Vorrei che lui la vedesse per com'è e capisse sul serio che sono proprio come lui. Vi fanno paura le persone vere? Non sto dicendo vive, perchè non lo sono e questo è un altro discorso. Ma vere, quelle che le cose che dicono sentono, quelle leali, quelle..io. Dovrei forse dare delle istruzioni? L'accesso al pulsante nascosto che vi permetterà di distruggermi per sempre? Scopritelo. Scopritelo qual'è l'unica cosa che potreste fermare in una persona "non-morta". Lo sapete, voi? Anche adesso, non sono mica stupida a dire tutto, chi deve sapere sa e chi mi ha "guardato attraverso" sa. Bene. Me stessa. Sbaglio, per una volta, a decidere per me stessa? Forse si, per i canoni imposti da quella che è definita "normalità". O forse no. Per ora lo definisco un aver preso solo due scelte giuste: in silenzio, restare ogni giorno. Resistere, crederci, crederci sul serio. Perchè io non faccio o provo qualcosa pretendendo di riceverne in cambio. Non mi interessa di ricevere qualcosa in cambio. E poi, quella che sto prendendo adesso: scegliere di fare la scelta che altri reputano sbagliata.
Non ho finito di sfogarmi, tornerò nel prossimo post e sicuramente con millemila cose da dire, per ora non ho voglia e si è fatto tardi. Quindi questo resta un po' a metà, ma forse è anche che 'stasera un po' mi sono sfogata parlando con delle persone.
Non dirò adesso qual'è la scelta, non la spiegherò. Sarà solo, per una volta, una cosa fatta per me stessa. Per ora dico solo: scegliermi.
Bon, saluti, al prossimo post. Che ognuno pensi ciò che vuole di me, io tanto saprò sempre chi sono.
©GiuxB.
mercoledì 29 agosto 2012
Un post alla volta un giorno riuscirò a dire tutto. Forse.
Ho divorato un libro nello stesso tempo che impiego di solito per mandare a puttane tutto. Un giorno. Neanche ventiquattro ma qualche ora. Solo qualche ora di solito basta ed i dubbi mi assalgono, qualche ora e cambio umore, cambio opinione, un'ora, dei minuti per aprire la dispensa, il frigorifero e riempirmi, i minuti che si impossessano di me rendendomi un'automa che va a presentarsi pentito, in ginocchio davanti ad uno specchio d'acqua.
Tante altre cose che si possono fare in un giorno, ore, minuti, secondi. In qualche secondo ad esempio puoi dire qualcosa di sbagliato, qualcosa che a volte neanche tu vuoi dire ma lo dici e basta perchè pensi "chissà, magari se provo a non essere me sarà meglio". No. Non è mai meglio, non con qualcuno che davvero conta.
Tornando al libro, bizzarramente mi sono accorta che sono partita descrivendo "un giorno" senza pensare al fatto che appunto il libro fosse "il giorno in più" di Fabio Volo. Inutile dire quanto io mi sia ritrovata in alcune pagine, inutile specificare che io mi sia ritrovata nei modi di vedere l'amore, alcune sensazioni, emozioni. E la cosa curiosa è che "otto" volte sulle "dieci" in cui mi sono ritrovata a piegare l'angolino in alto alla pagina per ricordami che li c'è una frase che potrei ultilizzare per descrivermi, qualcun altro l'aveva già fatto prima. Il libro non è mio, è della biblioteca anche se avrei voluto comprarlo, come vorrei comprare i libri che leggerò, ma per ora comprerò solo il più importante, quello la quale lettura ho interrotto per poterlo, appena posso, fare mio sul serio. Comunque boh, mi piaceva l'idea che qualcun altro avesse usato la mia stessa tecnica e per le stesse parole, lo si sa che mi faccio ragionamenti e film scemi e senza senso, pensando in questo caso "chissà chi è". Comunque sia sono giorni, anzi in realtà settimane e mesi che non riesco a scrivere molto, almeno non come prima. Ti ritrovi la pagina bianca davanti e non sai da dove cominciare, perchè tutto ciò che hai in testa e nel cuore preme sulla punta delle dita come quando la gente si ammassa per salire prima sull'autobus. Alla fine cacciavo fuori tutti, che poi in realtà era dentro. La verità è che forse, per una volta, sentivo il bisogno di dirle alle persone interessate, oppure anche ad una sola persona, dille a qualcuno che avesse voglia di ascoltarmi e prendermi con tutti i miei difetti. Ma nulla, alla fine mi ritrovo sempre qui a cercare, in qualche modo, di scrivere tutto, senza rendere nessuno davvero partecipe di ciò che provo, di ciò che sono. Ho deciso di restare in tema, mentre butto fuori un po' di tante cose. Cose che alla fine non sono tante ma valgono tanto.
Inizio con l'unica persona di cui io mi sia mai fidata completamente. L'unico che non è stato mai oggetto di mie paranoie e dubbi, l'abbraccio più lungo della mia vita, durato circa un'ora e non scherzo, ci stavamo riscaldando si, ma intanto entrambi eravamo d'accordo di abbracciarci forte. Con lui ridevo e parlavo sempre senza la mano davanti alla bocca, potevo farlo. Lui mi chiamava e ci raccontavamo la giornata o qualche aneddoto, avevo lui da chiamare e lui poteva chiamare me. Di lui mi fidavo, poi un giorno è crollato tutto. Un giorno e poi quello dopo ancora, da parte di terzi, per nessuna ragione precisa, delusa io e deluso lui. E li i dubbi che tutto quello in cui avevo creduto fossero solo un sacco di bugie. In realtà la mia è sempre stata una scelta equa, a me, in fondo, non interessava quella bugia, il fatto è che se poi iniziano i dubbi si sa come sono io che non smetto più. Eppure non ho mai smesso di volergli bene e di aprire la sua finestra chat per poi richiuderla pensando che non fosse il caso scrivergli, cliccare "mi piace" a qualcosa con la quale ero d'accordo, nella speranza poi che gli venisse in mente di scrivermi. Il sollievo che provavo quando ci rivedevamo il sabato e sembrava non essere cambiato nulla, il caloroso abbraccio di sempre, le risate, le chiacchere. Poi non l'ho visto per settimane. Fino a sabato scorso. In questo caso pochi minuti per sconvolgere le mie convinzioni, il fatto che ormai mi fosse indifferente. Pochi minuti: il rivederlo. Avevo timore che non mi salutasse più con il suo abbraccio caloroso e con il sorrisone, temevo un saluto freddo e distaccato, dato che si può dire che erano secoli che non ci sentivamo. Invece no. Appena mi vede sotto il portico di piazza Duomo, quello che porta al tram, sbarra gli occhi e con un sorriso urla il mio nome come fa sempre, spalancando le braccia. "Se prima non bevi non ti saluto bene però." Bevo, non c'è problema figuriamoci, poi lo stringo forte. Si distacca immediatamente e dice che sono dimagrita ancora e che devo smetterla, un po' con il cinismo di uno che è un pò brillo. Boh, in realtà non sono dimagrita, cioè io non lo vedo, però gli sorrido. Durante la serata ad un certo punto vado un pelino fuori anche io e finisco per cercarlo con lo sguardo, così, per parlare un po' di più con lui. Lo vedo sul divanetto di fianco al mio, alla fine frequentiamo lo stesso gruppo di gente. Parliamo un po'. E boh. Mi dice che adesso seriamente basta, che non devo dimagrire più e che da bimbominchiosetta emo che ero prima adesso sono davvero diventata bella. Quando ribatto anche una ragazza che ha a fianco mi fa tacere. Parliamo anche di altre cose, lui mi dice che non gli sembrava il caso di scrivermi e per questo non mi ha mai cercata. Ma ad inizio conversazione, mi chiede se mi fido ancora. Le parole mi escono dal cuore e dalla mente come se fosse facile, fidarmi di lui, intendo. Mi rendo conto che si, mi fido ancora. Un po' meno ad "occhi chiusi si", ma ora con tutti, però mi fido e lui per me è importante. Mentre parliamo ci guardiamo negli occhi, ripetiamo entrambi che siamo mezzi ubriachi, così, senza senso, parliamo di altre cose, tra ti voglio bene e mi manchi, poi ci allontaniamo. Nel corso della serata ad un certo punto mi ritrovo davanti ad una situazione che boh: sono in piedi tra la persona che conta di più per me, la mia ragione, però nessuno del gruppo parla e stiamo li tranquilli e dall'altro lato vedo lui in piedi, ride, scherza, in quella situazione per dieci minuti buoni senza esagerare, continuo a ciondolare con il voler rimanere li ma il volere anche fare qualcosa in più che star li tutti in silenzio, la testa mi gira, l'alcool è arrivato a destinazione e ad un certo punto anche le mie gambe, anche io senza chiedermi il consenso ho camminato nella direzione di quelle risate. Lo riabbraccio più volte, e sbam, forse sbagliando le parole per dirlo, durante il discorso mi dice che qualche giorno prima ha controllato sul mio profilo parallelo se magari riusciva a vedere qualcosa ma nulla, mi dice poi che con lui posso parlare della "mia anoressia", sbagliando decisamente a parlare ma gliela lascio passare, alla fine siamo entrambi un po' ubriachi. Il fatto è che in poche ore le mie convinzioni vanno in fumo. Non so cosa fare, cosa pensare, tilt. Non so se di nuovo fidarmi completamente, oppure rimanere così come sono anche con lui. Mi accorgo però che nel guardarlo durante tutto il tempo, i miei occhi sembrano aver ritrovato l'affetto di sempre, occhi caldi e pieni di bene, come se brillassero. Ultimamente però sono cambiata ulteriormente, anzi, in realtà sono uscita sempre più allo scoperto. Senza giri di grandi parole ho smesso di raccontare di me e mi sono chiusa sempre di più in me stessa. Quindi, anche se ne avrei terribilmente bisogno, non darò il libretto delle mie istruzioni a nessuno, saranno loro a capirmi. Chiunque. Ma soprattutto poi cosa dovrebbe rispondermi a tutti i miei scleri? Lo so già come la pensa, lo caricherei solo di parole inutili, anche se mi servirebbe. Chissà magari un giorno di questi gli scrivo e mi sfogo, in fondo, ho lui che potrebbe ascoltarmi. Mi limito a digitare il suo nome sull'applicazione di facebook per il cellulare, Alessandro come destinatario ed un "mi mancavi tanto" come testo del messaggio, quando ancora ce l'ho a pochi passi a chiaccherare con altri, verso le sei passate di mattina. La me stessa fredda vince, ultimamente è sempre più forte quindi non riesco ad abbandonarmi completamente e a lasciare che qualcuno mi scopra completamente. Ho paura di tenere a qualcuno, ad affezionarmi così tanto da permettergli poi di ferirmi. E' meglio essere una lastra di ghiaccio, un iceberg immenso e solo chi ha il coraggio di passare sotto, di restare nell'acqua gelida rischiando di affogare o morire assiderato, riuscirà a conoscermi. Ultimamente è come se dovessi proteggermi e basta senza pensare a nessuno.
Passo ad altro, mi sto dilungando troppo e penso proprio che sarà a lui che scriverò tutto ciò che penso, non ha senso dirle ad altri, ho imparato anche questo con il tempo. Lasciando perdere il fatto che già a questo punto dubito che qualcuno avrà continuato a leggere. A chi importa, appunto? E poi come al solito a parole non riesco a spiegarmi come vorrei, non come prima. Alcune cose possono anche essere fraintese. Sapete che dico a 'sto punto? Ognuno pensi ciò che vuole. Mi sto rompendo le palle anche di star qui a scrivere le cose, quando magari l'unica a leggerle sarò io stessa oppure qualcuno che non me lo dirà neanche. Eppure, ne avrei bisogno..solo sapere, un parere, un commento, qualcuno a cui importi minimamente, anche se neanche mi conosce.
Comunque l'altro giorno per farla breve ho iniziato a parlare con una persona con cui credevo che non avrei mai parlato così. A parte chi è stato con me a scuola o chi come lui mi abbia fatto discorsi sull'argomento, nessuno riconosce la mia parte intelligente. Non voglio peccare di superbia, ma so di essere intelligente. La mia fame di cultura, di sapere, sapere, sapere. E non sapere solo perchè sono tenuta a farlo, sapere perchè voglio. Ci sono gli intelligenti che si mostrano intelligenti e lo sono, ci sono gli stupidi che vogliono fare gli intelligenti e non ci riescono e poi ci sono io appaio stupida quando in realtà non lo sono per niente. Nascondendo, come sempre, chi sono. Proteggendomi, in realtà. Ma ultimamente mi rendo sempre più conto di quanto sia sbagliato non mostrare il libretto di istruzioni anche a chi vorrebbe conoscermi. Credendo che non voglia quando invece sono io stessa che ormai ho eretto davanti a me, sono diventata io stessa qualcosa di irraggiungibile. [...]
I puntini tra parentesi sono perchè ne parlerò più avanti, perchè a 'sto punto, al solito punto "descriviamo l'amore o qualcosa che abbia a che fare con esso", mi blocco.
Tornando a ciò che stavo dicendo per una volta mi sono sentita libera di poter parlare di cultura, abbiamo parlato di libri, precisamente, mi ha stupito anche il suo parlare di me come se mi conoscesse, sembrava davvero conoscermi, sembrava capirmi, descrivendomi, come ho sempre desiderato che qualcuno facesse. Comunque adoro parlare di libri, come adoro passare le mie due solite ore immersa alla "Mondadori" di piazza Duomo la domenica mattina, quando tutti quelli che erano con me credono che io abbia davvero preso il treno per tornare a casa da Milano Cadorna. La verità è che impugno il mio biglietto giornaliero della metro, faccio retro-front, metro rossa, Duomo e scopro ogni volta qualche libro in più, da aggiungere a tutti quelli che devo leggere. Da sola, chissenefrega sono abituata. Adoro parlare di libri, adoro parlare di cose che so ma anche scoprire quelle che non so. Boh, credo che nell'intelligenza ci sia un fascino incredibile. E quando incontro qualcuno di intelligente non importa quanto oggettivamente possa essere brutto o di poca rilevanza, parlo, parlo, parlo senza mai sentire che io stia dicendo qualcosa di noioso, a volte mi chiedo anche se potrei mai arrivare a farmi piacere quella persona. SBAM. Punto cruciale. Parlerei di altre cose, tutte con un solo protagonista, ma i sentimenti, i pensieri, le emozioni e tutto il resto sono tornate a stringersi. Dovrei parlare di me, dovrei parlare di lui. Ma non ci riesco, forse ci riuscirò domani. Forse no. Forse boh, chissenefrega. Almeno qualcosa l'ho detta, che poi non ne freghi niente a nessuno lo so già ma di nuovo, chissenefrega. Ormai mi sono abbandonata al "fanculo, che ognuno pensi ciò che vuole." E poi non voglio neanche che qualcuno possa minimamente inquinare ciò che sento.
Non me ne frega più nulla di cercare di farmi capire. So chi sono e cosa posso essere, so cosa provo e so che sono vera. Chiunque voglia dubitare, io resto ciò che sono.
Ah, ho scoperto che le cavallette (o qualsiasi cosa sia quell'insetto simile che è entrato in soggiorno qualche ora fa) mi fanno schifo quasi quanto gli scarafaggi. Perchè cavolo non esce di qui? Ho già provato a lanciargli addosso i cuscini ma ogni volta si sposta prima, come mi scanso prima io, prima delle delusioni intendo. Per ri-farla breve.
No, figuratevi, non ho bisogno di sfogarmi con qualcuno, no, no. Mi sta solo scoppiando la testa. Per ora sull'
BOOM.
©GiuxB.
martedì 31 luglio 2012
Sfoghi che servono ma che non dicono tutto e non ci riusciranno mai.
E vorrei solo potermene fregare, essere normale. Forse sono io che non voglio essere normale. Io non sono normale e non posso esserlo. Non sono come tutte le altre ragazze. Non sono una ragazza bella, felice, spensierata. Al massimo alcune volte, rare, sono carina. Ma nulla di più.
Non ho un bel fisico, non ho un bel viso, non divento ogni giorno più bella anzi, mi imbruttisco.
Non riesco a fregarmene di ciò che realmente mi importa.
Non riesco a fregarmene del veder star bene le persone a cui tengo.
Non riesco a fregarmene di chi fa di tutto per schiacciarmi perchè ha ragione. Perchè alla fine finisco per credere più a loro e a me che a chi dice che vado bene così.
Non ho la mente piena di arcobaleni e sogni. Di sogni ne ho solo uno, uno che emana una luce immensa seppur sia come una piccolissima candela in mezzo al buio totale.
Non ho dei genitori perfetti, dei genitori che possano essere definiti tali. Mi vergogno di mia madre, ho un padre che a causa delle continue delusioni ha imparato a fidarsi solo di se stesso e secondo lui anche io dovrei farlo per evitarmi le delusioni che ha avuto lui. Nella mia
Non sono la ragazza che qualcuno ha paura di perdere.
Do agli altri quello di cui avrei bisogno io. Ho bisogno di qualcuno che sostenga me, per una volta, ma non c'è e non perchè non ci voglia essere, ma perchè io mi erigo attorno muri che nessuno potrebbe oltrepassare. Perchè sono brava ad assecondarli e lasciarli credere che io sia qualcuno che non sono, perchè ci gioco, con le loro menti. Non mi fido degli altri perchè in realtà sono io stessa a non f idarmi di me. Perchè se non posso essere abbastanza per me non sarò mai abbastanza per gli altri. "Tutti gli altri poi sono sbagliati di conseguenza". E chi deve sapere sa, niente di più a qualcuno che so che non potrebbe capirmi e non potrebbe spaventarsi, nel vedere che non sono quella che sembro.
Io non esisto. Dovrebbero capirlo tutti. Io non esisto. Sono così grande dentro ma allo stesso tempo non voglio pesare sulla vita di nessuno, come vorrei che nessuno scaricasse tutte le colpe su di me, le colpe che non mi appartengono.
Paradossalmente voglio dimostrare di essere tanto grande e immensa d'animo ma allo stesso tempo non voglio avere peso, non sono egoista ne faccio la vittima, occupo poco spazio, pochissimo in realtà, per consentire agli altri di non avere pesi in più nella propria vita. Dimostrare agli altri che posso essere immensa anche in un piccolo e fragile corpo, che posso essere forte in un corpo fragile, perchè io non sono un corpo. Non sono una pelle o due occhi grandi spenti/accesi/spenti/accesi come se ci fosse qualcuno dietro a premere per gioco l'interruttore. Non sono due braccia che stringono, dovrebbero guardare oltre quell'abbraccio, ascoltarvici ciò che non dico. E se potessi restringere il più possibile ciò che vedono, allora vedrebbero chi c'è dietro in realtà. E chi voglio essere per gli altri occuperebbe lo stesso spazio che vorrei occupasse.
Sono quella che delude. Quella che piange, quella che trattano male perchè sanno che ci sarò sempre lo stesso.
Sono quella che si conosce e sa cosa vorrebbe. Sono quella che farebbe e fa di tutto, tutto il possibile per ottenere ciò che vuole e alla fine lo ottiene. Quella che se afferma una cosa a cui tiene ci tiene davvero e sa di poterla mantenere.
Quella che fa caso ad ogni piccola parola che dice o dicono, ad ogni piccola cosa che non quadra.
Quella la quale intuito non sbaglia mai.
Quella che sa chi è più di chiunque altro anche se gli altri dicono che in realtà non lo sa.
Ok, nella mia testa vagano nel buio tante voci, tante voci che mi comandano come se fossi una marionetta, una bambola dagli occhi vitrei che si muove a comando. Ma sono io, quelle voci. Quelle voci hanno la mia voce e quelle voci sono me. Perchè sono mostri che mi vivono dentro dalla nascita, cresciuti con me. Sono io. Sono io che non mi reputo abbastanza, sono io che mi reputo un peso, sono io che mi urlo delusione appena qualcosa non va.
E poi, sono perfida, perfida sul serio e rare persone lo capiscono.
Sono un paradosso vivente, un controsenso, una contraddizione. Perchè nonostante io voglia il bene per gli altri, faccio a loro quello che fanno a me. Mento. Fingo. Li uso. Chi deve sapere che sono sincera e lo sono sul serio sa, con loro sono la persona più dolce di questo mondo, dell'universo intero e di qualsiasi altra cosa. Ma gli altri sono i miei burattini. Per questo, i mostri che ho in testa, sono me. Gli altri li tratto male, me ne frego, quando la mia personalità cambia, quando vengo trattata male loro sono il mio specchio. Li manderei al suicidio, con le mie parole taglienti. Dico loro quanto non siano abbastanza, dico loro quanto siano inadeguati, quanto dovrebbero cambiare.
Perchè nessuno lo dice a me?
Perchè tutti si sforzano di fare i carini e di dire che vado bene così?
Perchè nessuno vede ciò che sono?
Una cattiva persona. Ed è inutile scaraventare colpe su chi non ne ha. Non c'è Ana, non c'è Mia, non c'è chi urla tagliati o scottati o ucciditi. Ci sono io e della mia testa sono io la padrona. E appunto dovrei uccidermi per far passare quelle voci. Per uscirne, se ne esce solo così, ti resta dentro, il mostro, fino alla morte. Sei tu il mostro, sono io il mostro. La nostra anima è il mostro. E' noi stessi. E chi ne è apparentemente guarito sta solo nascondendo se stesso. Sta recitando qualcosa che non gli appartiene. Una vita finta, finti vivi. In realtà siamo tutti finti vivi.
Sono quella che aspetta di poterli sotterrare con una sola parola, con due, con una frase e loro subito dopo si sentirebbero esattamente come mi sento io. Sono acida, sono scontrosa. Ma anche in questo metto ciò che vorrei facessero gli altri a me.
Perchè hanno paura di ferirmi? Io fingo, io non provo nulla, io non provo amore per nessun altro, non adoro nessun altro, non darei il mondo per nessun altro, non salverei nessun altro se non tre persone contate e lo chiarisco dall'inizio, sono gli altri poi a vedere in me ciò che non sono. Io sono sempre io. Si, ci può essere quella persona a cui tengo più degli altri, persone a cui voglio un minimo di bene, ma faccio a loro ciò che vorrei per me e basta. Le ascolto, le capisco, guardo a fondo in ogni comportamento e non do per scontato nessuno, so che tutti ne avrebbero bisogno come io ne ho bisogno. Perchè nessuno ascolta me?
Perchè nessuno mi capisce?
Perchè mi si mettono contro tutti e al massimo chi non non lo fa è chi ci sta passando e sa di cosa avrei bisogno, perchè?
Perchè tutti mi scaricano colpe che non dovrei avere e faccio il possibile per far si che non mi appartengano e alla fine me le trovo nella "fedina pensale" lo stesso?
Non lo so neanche, boh, mi contraddico. Ho un caos in testa, riguardo le mie relazioni con gli altri. Perchè come mi trattano li tratto, ma allo stesso tempo li ascolto e li capisco e non li odio. Non riesco ad odiare. Guardo a fondo tutti. Vorrei che gli altri guardassero a fondo me.
Le persone mi provocano assuefazione, ogni volta ci vuole una dose maggiore di carattere, personalità, tutto per farmela bastare e non far si che venga dimenticata e messa da parte, per quanto io possa tenerci. Loro non sono all'altezza perchè io non sono all'altezza.
Non so neanche se arrivato a questo punto, chi mai avesse avuto la voglia di leggere, abbia capito qualcosa di tutto ciò che intendo. Ci sono molte altre cose che non ho detto, molti altri pensieri, molti altri paradossi, molte altre verità. Per ora però penso basti così. Giusto per sfogarmi un po'.
Le parole alla fine non spiegano tutto per filo e per segno, alcune parole in grado di spiegare credo non siano neanche state inventate, per questo motivo alcune cose ti restano dentro a consumarti, ad aspettare che tu trovi un altro modo per farle uscire. Le parole a volte non valgono, la stragrande maggioranza delle volte. Le parole sminuiscono e troppo. Perchè le parole sono state inventate da altri e come possono gli altri spiegare e capire completamente quello che hai dentro, senza conoscerlo? Non sono tutta parole io, io vado a comportamenti, a dimostrazioni. Sono gli altri, siete voi che non riuscite a vedermi ed io mi farò vedere. Solo chi riesce a guardarmi davvero, chi mi guarda negli occhi, osserva, analizza, va oltre ciò che sono superficialmente, oltre le mie stesse parole.. ha la possibilità di scoprire chi sono in realtà.
Ripeto, io non sono una persona come tutte le altre. Non sono normale. Che poi mi chiedo: normale rispetto a cosa? Chi mai ha avuto l'autorità di decidere cos'è giusto e cos'è sbagliato? Cos'è sano o malato? Cos'è normale o no? Se sei vivo quando respiri e se sei morto quando non respiri più?
©GiuxB.
Iscriviti a:
Post (Atom)