giovedì 31 maggio 2012

Mercoledì 29 maggio 2012


Sono un po’ indietro. Non ho ancora scritto nulla di ieri, devo scrivere di oggi. Lo studio mi distrugge, il cibo che devo mandar giù per forza, ancora di più. Devo recuperare scienze umane e fisica, storia ormai mi mette il debito. Non so neanche se ce la faccio a scrivere anche di oggi, ma per ora così.
Partiamo da ieri. Il ritorno a scuola, le solite domande. Non sono minimamente preparata in storia, scienze umane e fisica le so discretamente, tutto per colpa della sfuriata di mio padre. Prima ora, storia. Decido di parlare alla prof, di dirle che se vuole può anche mettermi il debito. Le rivelo che vado in un centro per la cura dei disturbi alimentari e le spiego cos’è successo. Ignorante, ignorante, ottusa, superficiale, taci. Mi fa domande assurde, affermazioni che mi rovinano per il resto della mattina. Come il suo “disturbo alimentare? A me non sembra proprio che tu sia anoressica”, guardando le mie cosce con un’espressione da: “tirami una porta in testa così sono utile al mondo”. Troppo grassa, troppo grassa, troppo grassa. Cerca di fare la psicologa, cose assurde, va be’ la solita ignoranza tipo “e ma si magari sarà per quello, oppure per questo oppure perch..blablablabla”. Entro in classe, inizia a fare quella “voglio essere perfetta e farmi i cazzi tuoi e farti innervosire” commentando le mie assenze ed il mio rischio di essere bocciata. Mentalmente la uccido una volta, poi due. Commenta, commenta. Tre, quattro, cinque. Espiantatele quegli occhi scavati e quel naso da topo. Le corde vocali. Silenzio, vi prego. Vedendo che non la calcolo inizia ad interrogare, non mi interroga. 
In seconda ora l’interrogazione di fisica va bene rispetto alla mia preparazione, il prof la fa veloce con tre domande e spiaccica un “sei” sul mio libretto e sul suo registro. Dice che devo ancora recuperare un modulo, lo recupererò domani venerdì. 
Scienze umane, tirate una sedia in testa anche a lei. Fatela scendere dalla bolla di stupidità che si è creata intorno, l’aria da menomata che ha stampata sugli occhi, gli studenti che si prendono gioco di lei. Mi interroga, lei per smollarti un misero "sei" per poco non vuole anche le virgole, i punti ed i due punti. Con la scarsa preparazione, la paura di sbagliare ed i vuoti di memoria, con la presenza della mia compagna di classe bella, bellissima, magrissima, una barbie a fianco che mi guarda: vado in tilt. Come al suo solito la prof inizia a lamentarsi: non hai studiato e blablablabla. Fa così anche con tutte quelle dopo di me. Io mi alzo e torno a posto. Fa quella potente, ma non si rende conto, forse, che è da un anno che si fa mettere i piedi in testa dalle mie compagne di classe, prof compresi. Si alza, si lamenta. Crisi. Respiro affannato, lacrime, nervoso. Le compagne di classe strette se ne accorgono e mi fanno sedere, mi dicono “calma, calma” e sfidano loro la prof al posto mio, Sara alza la voce, così i miei insulti non si sentono. La prof continua a dire “ma lei non ha problemi, se avesse problemi capirei”. I prof non sanno, non tutti, lei non sa. “Ma chi glielo dice che non ha problemi; no non ha problemi; si va be’ prof ok non ho problemi ciao”. Tra frasi sue, mie, delle altre: afferro il diario, prossimo atterraggio: la fronte della prof. Ma ho abbastanza autocontrollo per non lanciarlo. Lo appoggio e lo lancio mentalmente, colpendola una, due, tre, infinite volte. Il resto della giornata lo passo al centro, i miei genitori sono in colloquio con la psicologa, parlano di me. Non li incrocio. Potrei saltare il pranzo con lo stratagemma dell’aver già mangiato, dato che l’accompagnatore ha ritardato tanto, ma sono stupida e dico “no” seguito da un “ma non ho fame quindi per me è uguale”. Quindi pranzo. All’ora dello spuntino siamo costrette obbligatoriamente ad andare a prendere il gelato. Fortunatamente è artigianale e senza grassi. Prendo una coppetta piccola allo yoghurt (75 kcal). Ne lascio sciogliere un po’ sul fondo della coppetta, il resto lo mangio. Tornando al centro parlo con Alessia, dice che è in ansia perché non sa quante kcal abbia ingerito, controlliamo su calorie.it appena arrivate. Le mostro il blog, il mio profilo parallelo, tutto. Legge dove parlo di lei. Ci riabbracciamo, sorridiamo. Il resto della giornata prosegue come sempre.
La faccio breve, probabilmente ho saltato qualcosa, però va be'. Se riesco arrivo con la giornata di oggi, altrimenti la posterò domani.

©GiuxB.

mercoledì 30 maggio 2012

Martedì 29 maggio 2012


La terra si smuove. I mobili, le finestre, la scrivania, il divano, io. Mia sorella che mi chiama: "Giusy, il terremoto!" Apro gli occhi, sono sul divano. Non so che ore sono, ma più o meno è ora di pranzo dato che mia sorella come al solito guarda sempre gli stessi programmi alla tv, sdraiata sul letto. Non sono andata a scuola, non andrò in comunità. 
Mio padre torna da lavoro, fingo di dormire per non beccarmi la ramanzina. Ma come le placche della Terra di scontrano, il mio polpaccio viene colpito dalla scarpa, dal piede che contiene, mentre mia madre informa mio padre del mio non essere andata a scuola e del mio non voler andare al centro. Lui mi solleva e mi dice di andarmene fuori di casa, di non tornarci più. Esco, faccio un giro, sono persa, ho paura, non so dove andare. Prendo il treno? Vomito li dietro il mais che è stato il mio pranzo? Vado al centro? Vado al parco? Qualche minuto dopo vedo passare l’auto di mio padre, ma lui non mi vede. Mi sta sicuramente cercando. Paura. Cosa mi farà? Torno a casa ma non entro nel condominio, suono, una, due, tre, quattro volte, ma mia madre dice che non gliene frega nulla e che mi arrangio. Vedo mio padre rientrare nel vialetto. Paura, timore, paura, paura, paura. Mi afferra, mi butta in macchina. Chiama mia sorella e mia madre, scendono, fa salire di fretta anche loro. Sembra un qualcosa senza controllo, capace di commettere un omicidio, la sua famiglia, come le disgrazie, gli attimi di follia di cui si sente parlare al telegiornale. Temo di essere il prossimo nome nei titoli di Studio Aperto. Io, mia madre, mia sorella, mio padre infine suicida per essersene pentito. Minacce, minacce, ma lo so che è la follia del momento. Non mi sgozzerebbe, forse. Non mi picchierebbe davanti a loro, forse. Non mi scannerebbe, forse. Non mi sbatterebbe a calci nel culo attraverso la porta fino a farmela sfondare, forse. E tutte le restanti parole avvelenate che sputa fuori mentre l’auto si dirige al centro dove dovrei trovarmi in quel momento. 
Scendo dalla macchina, mi stringe il braccio così forte che temo si spezzi, se non fosse per il grasso che ancora lo ricopre, si spezzerebbe sul serio. Saliamo le scale, è ancora in collera piena. Ma come non detto davanti alla Tati si calma. Io piango, stringe più forte. Parlano, devo stare li. E blablablabla. Quando se ne vanno io non ho il coraggio di entrare in lacrime così ridotta e farmi vedere dalle altre. Penso ad Alessia, penso di poter chiedere che per ora venga avanti solo lei, ma non lo faccio e la Tati mi dice di andare con lei almeno in soggiorno, tanto le altre stanno pranzando. Sul divano mi stringe e mi fa piangere, odio quando mi stringe, odio piangere davanti agli altri, parla, parla, io parlo, parlo trattenendo più che posso i lamenti. Un mucchio di parole tra i miei singhiozzi e le sue strette che non fanno altro che farmi soffocare ancora di più. Deve essere passata mezz’ora e finalmente mi calmo. Mi porta in bagno, ottimo trucco waterproof ed i danni sono limitati. In cucina il saluto delle altre, che ho pianto si vede. Mi accorgo subito che Alessia non c’è.  Avrà un altro esame, chiedo: infatti. Ho chiesto a Serena che sta intrecciando i fili di uno “scoobydoo”, di quelli grossi che mi ricordano quando anche io da bambina viva mi divertivo a farli. Penso anche che potrebbe essere un passatempo per non annoiarsi e quindi non cedere alla voglia di mangiare. Quando poi mi siedo in salotto e la vedo avvicinarsi a me sorridente e pronunciante un: “te lo regalo”, allungo la mano verso quel piccolo oggettino, la ringrazio, sorrisone e lo stringo forte. Credo che lo aggiungerò alla lista delle cose che non posso assolutamente perdere.  
C’è cineforum oggi pomeriggio, il film “quasi amici” mi tira un po’ su l’umore, ma non abbastanza. 
Durante la giornata non so chi abbracciare, non so con chi parlare davvero, mi rendo conto che  quel posto senza Alessia per me è vuoto, nessun punto di riferimento stabile. Chiedo se almeno torna per cena. Torna, evviva. Più tardi, quando la vedo entrare dalla porta mentre porto i piatti pieni di cibo al posto di ognuna, sorrido. Finalmente è arrivata. Ho già precedentemente sistemato le nostre tovagliette vicine, così potrò averla accanto a cena. Mangiamo, insalata di pollo con pezzi di formaggio e qualche altra schifezza che non so cosa sia, cavolfiore ed il solito panino integrale che se lasci troppe briciole devi mangiare anche quelle. Poi esco in balcone con Alessia, forse qualcun’altra ma non ho bene presente chi. Parliamo, poi purtroppo è ora di andarmene. La saluto, bacio in guancia ed una stretta forte.
Prendo il bus, anche se qualche minuto prima sono convinta di perderlo apposta per andare a piedi fino a casa, perdendomi, senza cellulare perché mio padre nella furia non mi ha dato il tempo di prendere nulla. Vorrei fargliela pagare ma poi penso che andrebbe solo a mio discapito, quindi torno a casa. Non scrivo appena tornata, ne dopo dieci minuti, ne dopo due ore. Ho troppo mal di testa e la cena prega per uscire da dov’è rientrata. Non esce, al posto suo le lacrime escono eccome. 

©GiuxB.

martedì 29 maggio 2012

Lunedì 29 maggio 2012

Una tazza di thè caldo e dodici biscotti frollini verso le 22 di ieri sera perchè non valgo niente, sono una fallita, grassa,brutta, non vedrò mai quel numero senza spigoli, quei due numeri vicini che sembrano due infiniti messi al contrario. 38. La solita codardaggine, non mi peso. Dalle voci vengo reputata non degna di farmi vedere in giro. La pancia mi si contorce, mi fa male. "Sto andando", mi chiudo la porta di casa dietro spalle e zaino ma so già che non vado a scuola. Sono diretta in stazione, si, ma non prenderò nessuno dei tre treni che passano. Il libro Wintergirls tra le mani, devo ancora finire di leggerlo. Lia ed i suoi fantasmi / i miei fantasmi mi tengono compagnia dal Cinquantunesimo al Cinquantaseiesimo capitolo, con delle piegature in cima alle pagine che contengono frasi che mi rappresentano, schiacciandosi tra le pagine ogni volta che qualcuno passa. Giudicherebbero, giudicherebbero, giudicherebbero. Alle 7.30 lo chiudo completamente perchè posso tornare a casa. Davanti alla porta di casa esito ed ho l'ansia. La gola mi si stringe e penso che, una volta entrata, le parole non sapranno uscire dalla mia gola. Ma ce la faccio. Apro. Solite verità negate: "Sono troppo grassa e brutta e schifosa per andare a scuola oggi e come se non bastasse le sessanta gocce di lassativi prese nell'arco di ventiquattro ore stanno facendo effetto e la pancia potrebbe scoppiarmi di grasso e liquidi" si deformano in: "Mi fa troppo male la pancia e a scuola lo sai che non mi mandano in bagno ogni due secondi, fammi qualcosa per calmare il mal di pancia." Per fare la madre mette un po' di limone in una tazzina e l'appoggia sul lavandino, me la indica e poi torna a stendere. Non ha ancora sparecchiato la tavola di ieri sera, butto quel liquido giallastro nel brodo dei funghi e quando mi chiede, tornando, se l'ho bevuto, rispondo "si".
Anche oggi sarò una finta, bugiarda, falsa innocente.

E mentre scrivo la stanza trema, trema. Il terreno trema.

©GiuxB.

lunedì 28 maggio 2012

Are you scared?


Se pensi che vuoi morire, hai già smesso di vivere. 
Non ho paura della morte, sono già morta il giorno in cui ho deciso che il cibo non bastava a colmare l’abisso, che come la fame vien mangiando, più riempivo il vuoto di cose superficiali, più esso spalancava le fauci. Un po’ come i vampiri, ho iniziato a provare e sentire una fame che il cibo non può saziare.
Ognuno ha le proprie paure, le proprie debolezze.
C’è chi ha paura del buio, chi in fondo non ne ha mai avuto paura? Di ciò che non si vede, non si conosce. Ciò che pur non vedendosi e non disturbando, è il nostro nemico comune. Non lo vediamo, non lo tocchiamo, non lo sentiamo. Ma sappiamo che è li ad osservarci, a studiarci, ad aspettare che finalmente abbassiamo la guardia per poi poterci abbattere e portarci con se.
C’è chi ha paura dell’altezza, che poi è paura di cadere. Vedere i muri che ti sorreggevano crollare improvvisamente sotto le tue stesse certezze. Sotto i tuoi piedi. Precipiti.
C’è chi ha paura di api e film, c’è chi camuffa la vera paura senza neanche rendersene conto. Sospesi tra illusione e convinzione del fatto che vada tutto bene. Tra un sorriso e l’altro, tra una nuvola e l’altra, una farfalla e un gelato, un vestito, per credersi felici. C’è chi alla paura non apre le porte, non ne ha bisogno quando la paura vive dentro da una vita intera. Paura dei propri genitori, di deluderli perché danno tanto. Paura  di essere privati del loro affetto, di essere privati di quella casa, quelle braccia, quei soldi che ti fanno sentire protetto. Ma un giorno se ne andranno, si sa, se ne vanno tutti. Tanto vale abituarsi a non averne prima di affetto , già dall’inizio, come ho già fatto da anni.
Ma c’è una paura che arriva dopo. Quando smetti di preoccuparti dei mostri sotto il letto, dei mostri dietro il buio, dei mostri dentro i film, dei mostri dentro i sogni. C’è la vera paura, quella che ti fa tremare, quella che ti fa piangere e battere forte il cuore. Quella che quando la provi, non sai più cosa stai facendo. Io so qual è la mia. 
Smetti di cercare mostri fuori, quando ti accorgi che il peggiore ce l’hai dentro. Quello che ti consuma, fino a farti piangere e gridare d’odio. Fino a farti perdere in un posto che magari conosci meglio, come si dice, delle tue stesse tasche.
Ora penso e credo che non dovrei raccontare la mia paura, in troppi ormai conoscono le mie debolezze. In troppi sanno come annientarmi, come farmi uscire allo scoperto. Se però c’è una cosa che non riesco a fare è fingere sulle mie paure, anche una sola parola che le riporta alla mente, è ciò che mi rende debole e fa crollare tutte le maschere di sorrisi che sono abituata a portare. Mai visti sorrisi e risate più falsi e spenti, alcuni  li scambiano per veri, se fossi un’attrice, avrei già vinto l’Oscar.
La paura che fa tremare, la paura di riflettermi e non ritrovarmi più. Non trovare più chi sono davvero neanche negli occhi della persona che vedo riflessa. Paura di non essere abbastanza. Abbastanza forte, abbastanza poco pesante nella vita di chiunque, nella vita di chi non voglio e non posso deludere, nella vita di chi amo, adoro, voglio bene.  A volte vorrei non avere più terrore degli effetti che il cibo e il sentirmi in colpa per averne fatto uso hanno su di me. Poche sono le cose, o meglio, poche sono le persone che riescono ad annientare il male, anche solo per un istante che basta  a farmi prendere la boccata d’aria che mi riporta a lottare. L’istante che può servire a stringermi forte, a farmene fregare, perché troppo impegnata ad alimentare quel sorriso. Batte forte il cuore. Trema altrettanto forte ,quel piccolo muscolo involontario, davanti alla bilancia, davanti ai quei numeri troppo alti che un istante dopo si bagnano d’acqua, dell’acqua che mi compone e sceglie di fuggire via attraverso i miei occhi. Piangere e tremare davanti a tutti quei numeri, davanti a quegli obblighi. Urlare, piangere, tremare in silenzio. Nessuno capisce, giudica e basta. Come verrò giudicata anche io, per l’ennesima volta. Anche se mangio, no, non sto bene, perché altri mille sono i mali che mi infliggo.
Dovrei sconfiggerla la paura, dovrei mandarla al diavolo, dovrei non fare di essa la mia forza. Ma non posso, perché se c’è in me qualcosa di forte, è proprio questo. Sono forte perché so chi sono, mi conosco meglio di chiunque altro, so chi sono e qual è il mio punto debole, soprattutto, al contrario di altri, ammetto di avere un punto debole, piccolo, minuscolo e vuoto, il pulsante che basta per distruggermi
Prendo la mia forza dal fatto di riuscire ad essere anche solo minimamente abbastanza. 
Prendo la mia forza dal sorriso che ho quando vedo i numeri scendere.
Prendo la mia forza da ciò che in realtà me la toglie.
Prendo la mia forza dal fatto che io già sono a conoscenza di questo. 
Prendo la mia forza da ciò che molti chiamano scheletri nell’armadio. Io nell’armadio quelli che per gli altri sono scheletri ce li ho sul serio.
Ho paura, non di un mostro creato da qualche regista o scrittore un po’ pazzo e fantasioso. Non ho paura di squali assassini, malattie contagiose, fine del mondo, terremoti, killer, fantasmi, non ho paura di film, animali, cadute.  Ho paura di me. Ho paura di deludere tutte le aspettative che gli altri hanno, ho paura di deludere me, lei, lui, loro, voi, te. 
Tremo mentre scrivo, tremo mentre piango. Tremo mentre ho paura del mio mostro più grande. Mentre ho paura di tutto ciò che lo compone, di tutto ciò che urla.
Ora ditemi, cosa c’è di più pauroso dell’avere terrore di se stessi?
Fa davvero paura un po’ di trucco e qualche effetto sonoro?
Fa davvero paura il fatto di perdere qualcuno che non è mai davvero stato tuo? 
Fa davvero paura un animale che magari è molto più piccolo di te ? 
Fa davvero paura il buio, quando ci vivi dentro? 
Fa davvero paura cadere, quando sei già sul fondo? 
Fa davvero paura la morte, quando è l’unica cosa certa che hai?

©GiuxB.

domenica 27 maggio 2012

alreadydead


Tonfo. Mi giro, mio padre a terra. “Finalmente” penso. Poi mi pento. Potrei fregarmene, ma non me ne frego completamente. L’orgoglio c’è verso quell’uomo che giorno dopo giorno mi rovina sempre di più con le sue parole amare, il suo disprezzo. Ma è colpa dei mostri che anche lui ha in testa. Mi accorgo che anche se ho voglia di lasciarlo li a sboccare l’anima, a cadere, a rischiare che mentre sarò a fare la doccia non lo sentirò morire, non lo faccio. Quando vomita sento la puzza d’alcol. Non so cosa fare e lui sta sempre peggio: chiamo mia madre. Mi ricordo che dopo aver preso gli psicofarmaci ha bevuto. Mia madre arriva e la puzza d’alcol mi invade la mente. Torno indietro nel tempo e mi vedo volare, lui inizia a dormire ed ora sta meglio. Io inizio a stare male. Ripenso all’altro uomo che avevo visto stare così. Mio zio. Mi vedo volare tra le sue mani grandi, come una farfalla, insieme a quella che un tempo era la mia migliore amica. Lo vedo proteggermi, lo vedo ridere, lo vedo come quello che odiano perché dipendente da una sostanza. Mio padre che fin da adolescente va di qua e di la per salvarlo. Loro si sono dimenticati di lui. Io no, a me sale il cuore in gola quando vedo una sua foto o ricordo qualcosa che faceva. Sale il cuore in gola quando penso che quella sera era lui, circondato da estranei, morente.. e noi siamo passati dritti ignorandolo perché non sapevamo fosse lui. Quando non tornò a casa, pensammo che avesse bevuto troppo di nuovo e che sarebbe tornato sbronzo come il martedì precedente. Invece il mattino dopo arrivò quella telefonata. La sua vita, tra alcol, droghe, pianti, sangue, risate coraggiose davanti ad un mondo che si sfracellava davanti ai suoi occhi era finita così: tra le strade di una città lontana più di mille chilometri da casa sua. Con due fari dietro che stavano per inghiottire anche il battito che gli era rimasto, quel poco battito che bastava per renderlo capace di camminare su una strada buia. Ha cessato di esistere. Ma non per me. Ricorderò sempre due sere prima di morire, sul mio letto, con il cappellino in testa ed un dente sanguinante. Ai tempi ero ancora una bambina viva, respiravo ancora. Ma lui non ebbe paura di sconvolgere le mie convinzioni, mi chiese di andare a vedere se ci fosse lui alla porta d’ingresso. Mi spaventai, non capivo il senso. Ci penserò sempre a quel momento. L’immaginarmi come sarebbe stato se l’avessi trovato anche sulla porta d’ingresso. Morì ed io iniziai a smettere di volare. Morì ed io iniziai a scrivere sul diario segreto “onyx” con le ciliegie sopra. Quello che lui stesso mi aveva regalato.  

©GiuxB.

Domenica 27 maggio 2012, prima parte.

Sveglia alle 9, la spengo e mi alzo verso le 10.30. Mi rendo conto subito del fatto che sia, purtroppo, vero: neanche questo weekend l'ho visto, l'ho abbracciato, l'ho vissuto. Non mi parlerà per giorni sicuramente. Mi sono addormentata sul divano, ieri sera, così, perchè ne avevo voglia. Vorrei fare colazione ma non faccio colazione, mancano più o meno due orette e poi potrò pranzare. Trovo il coraggio di prendere la bilancia e pesarmi: 51.5. Pensavo peggio, ma mi manca quando potevo leggere anche solo il 49. Mi metto al pc, attendo l'ora di pranzo. Nel frattempo mia sorella già di prima mattina inizia a rompere e fare la vittima, la lascio fare. Arriva l'ora di pranzo, io i tortellini dico di volerli in bianco e non al sugo. Trovo non so dove la capacità di fare una richiesta: "ma se mangiassi una mozzarella con l'insalata?". Mia madre mi dice si, dopo la pasta. Io dico no, allora niente. Mio padre: fai quello che vuoi tanto li dentro ci resti a vita se continui a ragionare così. Il mio pranzo consiste quindi in 60 gr di mozzarella (245 kcal x 100 gr, quindi 129 kcal) e 50 gr di insalata di tipo “songino” con un cucchiaino di olio di oliva perchè me l'ha preparata mia madre, non mi avrebbe permesso di mangiarla scondita (18 kcal+45 kcal per un totale di 63 kcal). Dopo pranzo mia madre e mia sorella mi chiedono se voglio andare a fare un giro con loro, al centro commerciale. Sarebbe ottimo, camminare, camminare, camminare. Ma domani mi aspettano un’interrogazione in storia ed il recupero di scienze umane. Rifiuto. Se ne vanno. 
Dopo un po’ inizio ad avere voglia di mangiare. Non posso, non devo, non puoi, non devi, poi ti sentirai in colpa. Resisto, poi cedo. Entro in cucina, apro il pacco delle crostatine al cioccolato, ne apro una, la guardo, penso che non voglio davvero mangiarla. La rimpiangerei per il resto della giornata. La rimetto nella confezione che come al solito ho aperto delicatamente e la metto via. C’è il controllo, il controllo c’è. Alle 15 però faccio merenda con un pacchetto di crackers (156 kcal) e due quadrati di cioccolato fondente (40 gr-> 206 kcal). Un po’ tante, ma sentivo che più sarebbe andata avanti la giornata, più avrei corso il rischio di abbuffarmi e rovinare tutto. Era ancora presto quindi, come si dice, meglio prevenire che curare.

Ora mi attendono i libri. Ho deciso che 'stasera prima della doccia farò almeno 10 minuti di corsa e 100 addominali. Se riesco anche di più.

Domani spero di vedere un numero più basso,

a ‘stasera.

sabato 26 maggio 2012

Sabato 26 aprile 2012.


Oggi non sono stata al centro, il sabato e la domenica non devo andarci. Be’, la solita sveglia , quella delle 5, l’ho staccata, alzandomi solo al suono di quella delle 5.35. Solita routine, oggi a scuola dovevo andare per forza. La verifica di inglese in prima ora e quella di geometria in seconda mi aspettavano. La cucina stamattina chiamava, ma ero abbastanza forte da non cedere. Non ho toccato nulla, ho acceso il pc, la piastra, ho preso i trucchi. Mi sono lavata la faccia, i denti, così non avrei rischiato di mangiare se avessi ceduto. Al posto della colazione avevo intenzione di mangiare una barretta energetica durante l’intervallo. Mi sono truccata, piastrata i capelli, vestita. Ho stretto la cintura attorno ai miei jeans rossi, quelli che mi stanno larghissimi, nonostante il fatto che la cintura mi faccia sempre irritazione, non so neanche perchè. Va be’. Alle 6.30, prima di andare, sento la sveglia di mia madre, lei non la sente e per fargliela pagare ulteriormente, la disattivo. Esco di casa facendo meno rumore possibile, con l’ombrello perché credevo che stesse piovendo. Non piove, vado in stazione, prendo il treno, scendo alla prima fermata e mi dirigo alla fermata del bus. Gli altri sono già li, saluto e si parla in generale, io sto zitta. Dal c49 Como scende Brigitta, una delle ragazze del centro, ci salutiamo e diciamo che ci vedremo lunedì. Se ne va verso il suo bus, io continuo ad aspettare il mio. Arriva, vado a scuola. Scopro che la verifica di inglese è stata spostata, ma in seconda quella di geometria non manca. Va discretamente. In terza ora, libera perché c’è lo stesso prof della seconda e ci lascia fare quello che vogliamo dato che non ha nulla da spiegare. Decido di andare alla macchinetta ma la barretta energetica non c’è. Prendo un caffè lungo senza zucchero (2 kcal) , mentre scende però mi pare di sentire un rumore strano, come se lo zucchero ce lo avesse messo. ANSIA. Torno in classe, controllando se anche solo un minuscolo granello sia finito nel bicchiere, non c’è. E’ stata solo una mia impressione. Lo bevo, è amaro ma lo mando giù lo stesso. Le ultime due ore passano tranquille, ho anche il coraggio di proporre un’attività nuova ma come non detto la maggior parte della classe non riesce a stare in silenzio e si crea confusione, va be’. Tornando a casa inizio ad avere paura per il pranzo, paura di abbuffarmi e salire ancora di più con il peso schifoso. Percorro 20 minuti a piedi, fino al bus, prendo il bus, arrivo in stazione e percorro altri 20 minuti a piedi fino a casa. Accendo il pc, sono a casa da sola. Devo mangiare, la promessa non deve più essere infranta, farei solo ancora più male. Mio padre ha fatto la spesa, la controllo  e stranamente mi sorprendo quando non trovo schifezze come nutella, biscotti o cose varie, ci sono solo le due tavole di cioccolato fondente e i cinque pacchi della settimana scorsa di crostatine all’albicocca, bravo.  E’ sistemata anche male, l’avrà sistemata mia madre di fretta. Forse mangio un panino, forse un thè con le fette biscottate. Ma non ne ho voglia. Alla fine prendo uno yoghurt magro alla fragola (88 kcal x 100 gr, quindi un vasetto 125 gr: 112 kcal) e decido che quello sarà il mio pranzo. Occupo la mia postazione davanti al pc, lo finisco in 10 minuti e butto il vasetto.  Dico a lui che oggi non ci sarò. Inizio a sentirmi una merda perché avrei tanto voluto vederlo e poi ogni volta va tutto bene fino al venerdì, quando litigo con uno dei miei e vado in palla per i soldi. Faccio pena. Giro un po’ e poi non ce la faccio, mi sale la rabbia perché non posso andare a Milano neanche questo weekend, ho paura che lui si allontani come si era allontanato tempo fa. Paranoia. Vado in cucina, non per mangiare ma intenzionata a bruciare qualche caloria extra. Inizio togliendo i piatti sporchi dal tavolo, quelli che mia madre ha lasciato li senza preoccuparsene, si sa che fa tutto tranne che essere una brava mamma casalinga. Li metto nel lavandino, ma non li lavo, fanculo, quello può farlo da sola. Sistemo un po’, poi apro la dispensa delle merendine, la sistemo schifezza per schifezza senza la minima voglia di mangiare anche una sola briciola di crackers, crostatine, biscotti, pane, grissini, la colomba di Pasqua (ancora li) che io sono due anni che non mangio.  Nel frattempo arriva mio padre, si accorge della spesa sistemata male e inizia a prendere a parole mia madre, io gli dico che la sistemo io meglio come sto già facendo, tanto non è un problema. Non mi chiede se ho mangiato, strano, meglio così. Finisco di sistemare perfettamente la dispensa e passo al frigorifero, ogni tanto do un’occhiata al pc. Sistemo tutto perfettamente, prosciutto cotto e crudo a fette, salame a fette, yoghurt, succhi di frutta, pane, tortellini, tagliatelle, maionese, salsa rosa, dadi, uova, sottilette, formaggini, bevande, il sugo che mia madre ha fatto non so quando, l’insalata, il melone giallo, le birre e tutto il resto. Mi sento forte perché sono tornata quella di prima, quella che sistema, sistema, sistema per bruciare qualche caloria extra, per far vedere che sono brava a sistemare, per far vedere che qualcosa la faccio. Riesco a non cedere. Non voglio cedere e non ne sento il minimo bisogno. Finita la cucina passo al mio armadio, che disastro! Ci metto due ore a finire di sistemare tutto. Torno al pc fino a quando non arriva l’ora di cena. Non ho fame ma devo mangiare per forza altrimenti rompono. C’è il pollo al forno e l’insalata piena di olio e sale mi attende al centro del tavolo. Mi faccio dare più pollo: la coscia e l’ala, in tutto circa 80 grammi ( 104 kcal), poi torno al pc. Alessia si connette, mi cerca lei. Mi chiede se sono andata allo spray e le rispondo di no ma andrò il prossimo se non ci saranno i soliti problemi. Lei dice che verrà con me. Non vedo l’ora. Le chiedo com’è andato l’esame di italiano, dice che spera bene, lo spero anche io. Mi chiede come sto, le dico di non aver fatto danni stranamente anche se pensavo di farne, ricambio la domanda e lei dice che come sempre di sera le sale l’angoscia e la malinconia, oggi ha paura perché lunedì la pesano. Dovrebbe essere 42 per lunedì, ora oscilla solo tra i 37 ed i 38, sicuro e spera che quattro chili per lunedì non riesce a prenderli, figuriamoci. Mi chiede se secondo me quando raggiungerà i 42 chili si vedranno i cambiamenti, dice che lo chiede a me perché si fida. Le dico che secondo me li vedrà sicuro  perchè  è anche una questione di sapere di essere ingrassata e preoccuparsi e vedere quei pochi chili in più come se fossero dieci.. ma nel corpo al massimo avrà più pancia, non sporgente ma magari un po' più "gonfia". Di gambe non credo che si noterà molto, al massimo prende qualche millimetro di circonferenza. Mi chiede di farle una promessa, di prometterle che se dovessi vedere nei cambiamenti nel suo corpo, dovrò dirglielo senza problemi,  le prometto che lo farò. Lo farò. Le dico che so quanto sia importante avere qualcuno che, al contrario della maggior parte della gente, non mente e anche se è evidente non continua a negare la verità. Lei dice che riesco a capirla perfettamente, che sono una delle pochissime ragazze con cui si sente a suo agio la dentro e che non vede l’ora di lunedì per rivedermi. Anche lei si sente a disagio li dentro per gli stessi miei motivi, a parte il fatto, per me, di essere quella più grassa di tutte. Si sente non capita, perché le altre mangiano senza problemi e anche con gusto, così magre e così felici possono permetterselo. E un sacco di cose che penso anche io. Ci capiamo. Dopo un po’ dice che stacca, domani avrà la prova di inglese, mi dice il suo primo “ti voglio bene”, anzi: “ti voglio tanto bene”. Oh, quanto bene le voglio anche io. Ricambio, dandole il buona fortuna per domani e la buonanotte. Si disconnette. Continua la serata, sto bene, il controllo c’è. Però mi manca lui e mi chiedo cosa starà facendo. Sarà sicuramente scazzato nei miei confronti. Spero di riuscire a scendere almeno sabato prossimo. Ho le cuffie sulle orecchie mentre scrivo e la canzone “Your guardian angel” pulsa. Gli dedicherei anche questa, anzi, l’ho già fatto ma lui non lo sa. Come non sa delle altre millemila canzoni dove trovo sempre pezzi di lui.
Penso di aver finito di raccontare la giornata di oggi, starò sveglia, poi quando la noia si farà sentire andrò a dormire o forse a guardare un film. Domani dovrà esserci ancora il controllo. Deve.

Buonanotte. 

©GiuxB.

venerdì 25 maggio 2012

Sera di venerdì 25 maggio 2012.




Tornata dal centro. Come al solito le lacrime appena tornata a casa. Ho anche scoperto da mio padre che alla fine la sgualdrina Fra è rimasta lo stesso qui dopo che sono andata via, appena torna mia madre mi sente. Stamattina succhi gastrici comunque, era passato troppo tempo. Niente tagli, ne ustioni, ce l’ho fatta. Sono uscita di casa e sono andata al centro. Appena entrata il solito saluto caloroso delle altre. La Tati vedendomi mi ha fatto la ramanzina sul mio non essere andata di nuovo a scuola, io le ho detto la verità, fermandomi sul litigio con mia madre (senza riferimenti al centro) e il mio avere sonno.
Il pranzo come al solito: ansia.ansia.ansia. Un panino integrale di segale , fagiolini, 4 bastoncini di merluzzo, mela verde (tot circa: 420 kcal). Alle 15.30 siamo scese in palestra per fare psicomotricità, Alessia è nel mio stesso gruppo. Alessia è quella che “spacca il ghiaccio” nel gruppo. Ci siamo messe in cerchio, al “come state?” la mia solita risposta che racchiude la normalità del mio star male: “normale”. Poi l’operatore ci ha chiesto cosa provavamo, la maggior parte di noi provava rabbia. Anche io. Le restanti, confusione. Abbiamo deciso che per sentirci meglio ‘stavolta ci saremmo prima sfogate e poi rilassate. Quindi ci ha detto di prendere un oggetto qualsiasi e sfogarci su di esso. Ho preso il materassino blu ed ho iniziato. Mentre ero li a sfogarmi, con il materassino arrotolato tra le mani, immaginavo le persone che tante volte avrei voluto prendere e sbattere forte contro il muro o per terra. Immaginavo le scene che mi fanno salire la rabbia. Le scene che mi fanno star male, le scene che non sopporto. Quando giudicano, quando pretendono, quando lui sta male. Mentre facevo caso al fatto che sia io che Alessia avessimo preso la stessa cosa contro cui accanirci. Si sfogava anche lei. L’operatore poi ha detto che chi voleva avrebbe potuto mettersi a coppie e prendere un velo. D’istinto mi sono girata verso Alessia, si è girata anche lei. Abbiamo preso il telo. Avremmo dovuto prenderne un’estremità ciascuna e tirare, trasformando il telo nella nostra rabbia. Essendo il triplo di Alessia, avevo paura di tirare troppo, non era una cosa equa. Ma lei era forte, forte lo stesso. E tiravamo, anche se pensavo a non farle male in nessun modo. Poi l’operatore ha detto di lottare un po’ di più. Allora stringevamo e ci avvicinavamo al centro del telo, stringendo, lottando, arrivando insieme nello stesso punto. Tiravamo, poi è capitato di scambiarci le estremità, come fidarsi, come dare all’altra letteralmente in mano la vita e lasciarle il compito di sconfiggere la rabbia al posto dell’altra. Finito questo, il momento del rilassamento. Il materassino blu mi attendeva, anche se mi ero sfogata, anche se mi ero sentita collegata così tanto ad una persona, non ero pronta. Pensavo che appena mi ci fossi appoggiata sarebbe sprofondato sotto il mio peso troppo alto, al contrario delle altre che avrebbero potuto permettere al tappeto di sollevarsi in aria senza fatica. Sdraiata ripensavo a quando le costole spingevano più di adesso verso l’alto. Le ossa del bacino che non sono più sporgenti come prima. Le cosce che premevano contro il materassino. Stavo occupando troppo spazio. Ho chiuso gli occhi, chiedeva di respirare mentre ascoltavamo la musica. Faticavo. Respirare, la cosa che per la maggior parte delle persone è la cosa più facile che esista, io non riuscivo quasi a farlo regolarmente. Dopo un po’ mi sono lasciata andare, non so perché ma non avevo più pensieri, niente testa piena di paura, rabbia, delusione, schifo, schifo, schifo. Ogni tanto come sempre sistemavo i capelli in modo che non si vedesse il doppio mento. Pensavo a che visione orrenda avesse avuto chi per sbaglio avesse posato gli occhi su di me. Ho provato imbarazzo perfino quando dovevamo ripetere insieme ciò che diceva l’operatore. Però boh, sono riuscita a rilassarmi più delle altre volte. Ad un certo punto però ci ha chiesto di muoverci seguendo il ritmo tranquillo della canzone di sottofondo. Se mi fossi alzata, mi sarei messa troppo in mostra. Se avessi mosso le gambe, avrebbero notato quanto le mie fossero millemila volte più grosse di quelle di tutte le altre. Ho aperto le braccia ed ho iniziato a muovermi come una farfalla. Avrei voluto poter volare davvero. Sono ancora troppo pesante. Appena finito sono andata a sedermi con le altre, di nuovo in cerchio. L’ultima a finire è stata Alessia, ho adorato la libertà che trasmetteva mentre si muoveva, la voglia di libertà. Finita l’attività, risedute in cerchio, una per una abbiamo detto come ci siamo sentite nelle varie fasi. Alessia ha iniziato per prima, come sempre. Dicendo che quando tiravamo il telo, si sentiva accudita da me, sentiva che non volevo farle male. Ho sorriso. Ha detto che le piaceva il rumore forte del materassino quando sbatteva contro la superficie perchè era come se finalmente potessero sentire anche gli altri la rabbia che aveva dentro. L’operatore in tutto ciò che ha detto alla fine ne ha tratto che lei vorrebbe farsi sentire, vorrebbe sentirsi protetta, vorrebbe poter sfogare la rabbia. Arrivato a me ho detto che si, avevo paura di farle male. Ho detto che mi sono rilassata più delle altre volte e che nello sfogarmi immaginavo proprio le persone. Alla fine da quello che ho detto ne ha tratto che ho paura di fare del male agli altri, non penso a me stessa ma metto le loro necessità prima delle mie e dovrei cambiare questa cosa e pensare più a me stessa anche se non è una cosa negativa preoccuparsi degli altri, non bisogna farlo così tanto come faccio io.
Finita psicomotricità siamo tornate su, dopo lo spuntino, succo di frutta alla mela (conto 100 kcal approssimate) sia io che Alessia ci siamo messe al pc. Serena mi ha prestato il suo per tutto il giorno, anche quando poi lei è andata a casa per il weekend. Ho scritto ad Alessia su facebook anche se si trovava ad una poltrona di distanza. Abbiamo iniziato a parlare. Le ho detto che collegando le cose fatte a psicomotricità, per sfogare la rabbia potrebbe sfogarsi con me che non la ferirei, che ho persino paura di ferirla. Lei ha detto che li non si trova a suo agio, che vede gli altri solo come persone che vogliono farla ingrassare e va sulla difensiva. Ha detto che si trova benissimo con me e che sente che potrà nascere una bellissima amicizia, se ovviamente voglio. Se voglio? E me lo chiede? Io che sto qui a parlare sempre di lei, di quanto io mi sia trovata bene fin dal primo momento con lei. Ha detto che dobbiamo sostenerci a vicenda, che anche lei per me c’è se voglio sfogarmi. Va be’ in poche parole poi mi ha detto di soffrire di dca da due anni, che sta facendo una fatica assurda per uscirne ma non ci riesce, quindi se entro agosto non ne esce getta la spugna. Le ho scritto che secondo me dovrebbero lasciarci fare quello che vogliamo, se ci sentiremmo più libere fuori di qui, dovrebbero concedercelo. Se ci sentiremmo più noi stesse a non mangiare per forza un panino intero o quantità industriali di kcal a settimana dovrebbero concedercelo, la vita è nostra.. e che penso che per uscirne bisognerebbe prima volerlo davvero, fino a quando ci preoccupiamo di calcolare le kcal di quello che mangiamo e tutto il resto, non vogliamo davvero uscirne. Dovrebbero lasciarci i nostri tempi, e i nostri spazi, per quanto poco spazio desideriamo occupare. Ha risposto che ho incredibilmente ragione. Poi io sono andata a fare il turno per preparare il tavolo e lei a fumare. Mentre aspettavo che salisse il carrello sono tornata in soggiorno, Alessia era di nuovo sul divano. Si è alzata e mi è venuta incontro, ha aperto le braccia e mi ha stretta forte. Quando ci siamo staccate mi ha sorriso, ho ricambiato.
A cena minestra, pollo, carote, mela verde ( tot circa: 305 kcal). Mi sembrano poche, però boh. Va be’ solita cena con l’ansia, con l’operatrice Betta che fissava. Odio. Odio. Odio.
Finito di cenare era già quasi l’ora, per me, di andarmene. Ho salutato Alessia, con un abbraccio e un “auguri” per domani, ha gli esami di terzo superiore. Sono uscita salutando tutte. Bus, strada, porta di casa. Domani non posso neanche andare a Milano, dopo la lite di oggi mia madre non mi da i soldi.
Domani scuola, sperando di non far danni durante la giornata. Dovrò tornare al centro lunedì.

E’ lunghissimo ‘sto post, ho anche saltato dei pezzi, non è neanche il massimo e non ho ricontrollato eventuali errori. Stacco, faccio lo zaino, parlo con mia madre che è appena arrivata e vado a dormire.

Buonanotte.

©GiuxB.

Primo post. Mattina di venerdì 25 maggio 2012.

Primo post di tanti altri. Primo post di tante parole insanguinate, spezzate, tagliate, bruciate, piante, vomitate, mai dette.
Sono Giux, qualcuna di voi mi conosce già, per altre sono una delle tante che, come dice Laurie Halse Anderson nel libro "Wintergirls" urlano con le dita. Per chi non capisce sono inutile, sono da eliminare, essere come siamo per loro è un peccato, una pena che va scontata ingurgitando cibo forzato, legandosi attorno le loro catene e non uscire dalle loro regole. Poi più mangi e meno ti vedono. Più ingrassi e meno ti vedono. Più urli e meno ti sentono. Sei solo una pazza. Forse si, sono solo una pazza. O forse sono solo disperata. Sono Giux, ho 15 anni, a giugno 16 e un sacco di mostri in testa. Un sacco di voci che parlano, parlano, parlano, usano la mia voce. Mi conoscerete, in ogni post c'è sempre un pezzo grande di me, tutto ciò che sono.

Bene, per cominciare, oggi una vera merda già dalla mattina. Sveglia alle 5, la spengo, non voglio andare a scuola. Suona altre tre volte prima delle 5.40 ma io fingo di non sentirla. Come ieri, come gli altri giorni. Io sento tutto. Alle 6 mi alzo, sconfitta ed intenzionata ad andarci, le gambe mi portano in cucina. NO. NO. NO. Prendo due crostatine all'albicocca (166 kcal al pezzo) e le mangio. Lei inizia, è la prima voce a svegliarsi, mi da il buongiorno, "sei una vacca, stai ingrassando sempre più e non hai neanche il coraggio di pesarti, hai paura". Mi guardo allo specchio, schifo, attacco la piastra alla corrente, mi riguardo, le crostatine vogliono uscire, non posso vomitarle perchè mi sentirebbero. Stacco la piastra e torno a dormire. Penso di entrare in seconda ora, forse. Se non fossi costretta e se quelli del centro non rompessero con mille domande da aggiungere a quelle che già mi pongo.. non entrerei e basta. Finisco per alzarmi alle 7.05. Vado in bagno, mi lavo la faccia, i denti, attacco la piastra. Mi trucco. Mi stiro i capelli. Sono in ritardo anche oggi, mia madre mi urla contro perchè faccio sempre ritardo, le dico dietro cose che solo una mente malata come me può dire. Cose che mi fanno passare dalla parte del torto, o forse le fanno capire che in qualcosa ha sbagliato. Dicendomi "chiamo tuo padre" non aiuta sicuro. Perchè di colpi ne ho presi un sacco, cadendo, lacerandomi la carne, essere una delusione per lui sarebbe solo uno dei tanti altri. Sicuro che il treno lo perdo. Non mi piaccio per niente oggi, non meriterei neanche di vedere la luce. Non vedo la luce. Mentre metto i pantaloni non mi ricordo dei tagli sulla coscia. Sento bussare alla porta, entra Fra.Cosa ci fa qui? Non avrà mica intenzione di rimanere. Non può. Non ho ancora alzato i pantaloni, mia madre entra in soggiorno con lei, mi guarda e: "cosa ti sei fatta li?". Abbasso lo sguardo. "Niente". (Come si permette di farlo notare davanti a Fra che non si fa mai i fatti suoi?). Vado in camera, sapevo che mia madre mi avrebbe seguita. Seconda crisi di pianto. Inizio a dire che non la voglio in casa, che voglio essere tranquilla in casa e non dover pensare che lei può rubarmi qualcosa o farsi i fatti miei, poi l'avevo già detto mesi fa che non la volevo in casa da sola. Mia madre si lamenta, ma vedendomi insistere, va di la e fa la scenetta tipica di chi vuole prendermi per fessa. "No, Fabiana mi dispiace Giusy non vuole che rimani". Si, e io mi chiamo Fessa Pigliamiperilculo. Appena quella cosa esce dalla porta, continuo a lamentarmi. Perchè lo so che appena sarò uscita di casa la farà rientrare. Comunque la voglia di uscire va sottozero. Voglio proprio fargliela pagare. Quella qui non ci entra, non è un ostello. Mi lamento un po'. Un po' tanto. Mia madre davanti a mia sorella minaccia di chiamare mio padre, non può. Non deve. Esco dalla porta d'ingresso sbattendola e con le lacrime agli occhi. Non faccio neanche in tempo ad arrivare alla fine del corridoio che subito mi giro e torno dentro. Dicendo che io piangendo non esco, quindi prima mi calmo. Appena mia sorella esce di casa io e mia madre iniziamo a parlare, urlare, lamentarci. Lei è seduta in cucina, io in piedi davanti a lei, con lo zaino pesantissimo sulle spalle. Dice che andare al centro mi fa peggiorare, io rispondo che dipende e boh tutta una conversazione che riscriverla mi farebbe alterare solo di più. Comunque non capisce. Sono io quella che sbaglia. Ma cosa ci posso fare, io non so parlare di me ad alta voce. Non mi sento ascoltata. Quindi o finisco per dire cose che non penso o finisco per non parlare e basta. Mi da la colpa per il ritardo, le dico che non è colpa mia, se non tornassi tardi dal centro andrei a letto prima. Le butto sugli occhi ciò che penso, ma lei è del genere: "non parlo, non vedo, non sento". Andare al centro cosa mi sta cambiando? Niente. A cosa mi serve stare tutto il giorno soppressa tra quelle mura troppo piccole, più grassa perfino delle psicologhe e delle operatrici? Tornare a casa la sera e non potere far nulla. Lei dice che mio padre vuole parlare con la psicologa perchè, oddio si è accorto che ogni sera piango, che io non parlo se loro non mi cavano le parole fuori di bocca, che sto male ma non lo dico. WOW. Alla buon'ora si sveglia. Comunque accetta di farmi rimanere a casa e non lo dirà a mio padre, ci penseremo poi a parlarne insieme al centro, credo. Ma lei poi che ne sa? Che ne sanno loro del perchè non voglio andare a scuola? Che ne sanno loro che non è che non voglio andare a scuola, ma non voglio proprio uscire? Dovrei anche sopportare di entrare in quella classe (fortunatamente non tutte) di false, ipocrite, galline. Non ragionano sulle cose. Giudicano, giudicano, giudicano. Sono magre, tutte quante più magre di me. Mi sbattono in faccia la loro famiglia felice. Il loro mangiare senza problemi. Il loro essere accettate. Mi dicono di mangiare, poi quando prendo una barretta energetica alla macchinetta e ci metto 20 minuti per finirla, appena solo me la vedono chiusa in mano sono pronte a farmi sentire una merda: "oooh, Giusy che mangia". E la voce inizia a ridere. I mostri cantano, i mostri urlano, i mostri mi sotterrano. Ridono di me. Tornando ad oggi poi passiamo all'argomento Fra e mi dice che avrei potuto farla rimanere, dato che ci sono anche io in casa. Io contesto, no, non la voglio proprio in casa. E mia madre che si fa sfruttare. Mia madre che mi dice: "ma lei non viene quando ci sei tu perchè la tratti male, perchè non le parli, perchè la ignori". "Se lo merita". Discorsi chiusi, dopo essere uscita di casa dieci minuti prima, mia madre è tornata con quella falsa, traditrice, dovrebbemorire Fra, dicendo: "Giusy, Fabiana vorrebbe parlarti". Io: "NO." Mi metto ad urlare, mi altero. Non possono rovinarmi la giornata già di prima mattina! Non ne hanno il diritto! Urlo, piango, urlo. Mia madre e miss posso giudicare chi voglio escono di casa. Continuo a piangere, urlare più forte di prima. Le chiavi che ho in mano le lancio contro il calorifero. Prendo i cuscini e li scaravento a terra. Lo zaino. La sedia del pc. Mi sono buttata sul divano a piangere, rannicchiata, tenendomi le ginocchia. La voglia irrefrenabile di graffiarmi la carne. Piangendo frasi come "non voglio vomitare anche oggi, non posso, non voglio tagliarmi." Urlavo, pochi minuti dopo è rientrata mia madre. Dicendo che sono una pazza, che io non dovrei stare al centro dove sono ora ma in una clinica psichiatrica. Che se non la smetto chiama mio padre. E chissenefrega! Smetto di piangere, mi limito a singhiozzare. Le urlo: "lo so, sono pazza, mandami in un ospedale psichiatrico, non dirlo e basta!". Lei "Ah bene menomale che lo sai. Bah non ho parole." Esce di casa. Accendo il pc, ho bisogno di scrivere e dirlo quello che penso.
Devo aspettare le 9 per potermi sentire leggera, senza quelle due crostatine che mi girano per lo stomaco, ingrassandomi. Devo aspettare le 9 perchè così sarò sicura che mia madre non entrerà più.
Mentre scrivo questo post, come non detto verso le 8.30 rientra, dicendo che sta andando. Mi chiede quando andrò al centro e perchè non vado alle 9. "Devo prima vomitare le crostatine e poi posso uscire di casa". Ovviamente la mia risposta non è questa. "Non ho voglia di andare così presto, prendo quello delle 10."
Ho finito, sono le 9 passate, vado a fare quello che devo fare da ore.
Sono stanca di tutto questo, stanca di non poter parlare. Ma se parlo ferisco. Se parlo faccio la figura dell'egoista.
A 'stasera.

©GiuxB.