Tonfo. Mi giro, mio padre a terra. “Finalmente” penso. Poi
mi pento. Potrei fregarmene, ma non me ne frego completamente. L’orgoglio c’è
verso quell’uomo che giorno dopo giorno mi rovina sempre di più con le sue
parole amare, il suo disprezzo. Ma è colpa dei mostri che anche lui ha in
testa. Mi accorgo che anche se ho voglia di lasciarlo li a sboccare l’anima, a
cadere, a rischiare che mentre sarò a fare la doccia non lo sentirò morire, non
lo faccio. Quando vomita sento la puzza d’alcol. Non so cosa fare e lui sta
sempre peggio: chiamo mia madre. Mi ricordo che dopo aver preso gli
psicofarmaci ha bevuto. Mia madre arriva e la puzza d’alcol mi invade la mente.
Torno indietro nel tempo e mi vedo volare, lui inizia a dormire ed ora sta
meglio. Io inizio a stare male. Ripenso all’altro uomo che avevo visto stare
così. Mio zio. Mi vedo volare tra le sue mani grandi, come una farfalla,
insieme a quella che un tempo era la mia migliore amica. Lo vedo proteggermi,
lo vedo ridere, lo vedo come quello che odiano perché dipendente da una
sostanza. Mio padre che fin da adolescente va di qua e di la per salvarlo. Loro
si sono dimenticati di lui. Io no, a me sale il cuore in gola quando vedo una
sua foto o ricordo qualcosa che faceva. Sale il cuore in gola quando penso che
quella sera era lui, circondato da estranei, morente.. e noi siamo passati
dritti ignorandolo perché non sapevamo fosse lui. Quando non tornò a casa,
pensammo che avesse bevuto troppo di nuovo e che sarebbe tornato sbronzo come
il martedì precedente. Invece il mattino dopo arrivò quella telefonata. La sua
vita, tra alcol, droghe, pianti, sangue, risate coraggiose davanti ad un mondo
che si sfracellava davanti ai suoi occhi era finita così: tra le strade di una
città lontana più di mille chilometri da casa sua. Con due fari dietro che
stavano per inghiottire anche il battito che gli era rimasto, quel poco battito
che bastava per renderlo capace di camminare su una strada buia. Ha cessato di
esistere. Ma non per me. Ricorderò sempre due sere prima di morire, sul mio
letto, con il cappellino in testa ed un dente sanguinante. Ai tempi ero ancora
una bambina viva, respiravo ancora. Ma lui non ebbe paura di sconvolgere le mie
convinzioni, mi chiese di andare a vedere se ci fosse lui alla porta d’ingresso.
Mi spaventai, non capivo il senso. Ci penserò sempre a quel momento. L’immaginarmi
come sarebbe stato se l’avessi trovato anche sulla porta d’ingresso. Morì ed io
iniziai a smettere di volare. Morì ed io iniziai a scrivere sul diario segreto “onyx”
con le ciliegie sopra. Quello che lui stesso mi aveva regalato.
Hm, mi chiedo se ci sia qualcosa di intelligente da scrivere in questi casi.
RispondiEliminaMi spiace?
Andrà tutto bene?
Mi pare davvero troppo forzato quindi meglio tacere, questi sono i momenti in cui è meglio ascoltare e leggere in silenzio senza la pretesa di trovare qualcosa di giusto da dire.